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Quell’emozione Che Fa Davvero Male Al Cervello. La Chiamano Umiliazione

Quell’emozione che fa davvero male al cervello. La chiamano umiliazione

L’ umiliazione: una sensazione nota, ma solo in apparenza inevitabile.

Sentir dire di essere nel torto può rendere le persone maggiormente consapevoli, ma non necessariamente più felici. Anche se non si è esattamente uno di quegli individui che pretendono di avere l’ultima parola in un discorso, è comunque possibile provare quella sensazione di disappunto quando l’interlocutore in causa sottolinea i nostri errori. Il dolore può rivelarsi particolarmente acuto se ad essere coinvolta nel discorso non è una sola persona, ma un’intera platea – pronta a ricordarti che stai là, impalato nel tentativo di balbettare maldestramente una parola del testo sotto al tuo naso che non hai mai sentito prima mentre tenti di leggere il tuo discorso ad una platea di colleghi di corso che, impettita, arriccia il naso di fronte al tuo errore, con le orecchie ben aperte e il dito pronto a rivolgertisi contro in segno di umiliazione.

Perfino alcuni dei nostri amici più intimi e cari potrebbero esternare delle reazioni brutali ed insensibili nel momento in cui incappiamo in un errore. Ci sono momenti in cui anche le persone più strette appaiono pronte ad additare i nostri sbagli con parole poco delicate (rispolverando, ad esempio, episodi dolorosi che hanno marchiato il nostro passato o che risalgono all’infanzia ) o a sbandierare ai quattro venti “te l’avevo detto!”. A seconda dello spessore della propria corazza ed a seconda della sensibilità dell’individuo, è possibile che si riesca a farsi scivolare tutto addosso, ma in genere la reazione più comune consiste nel chiudersi a riccio, sperando di poter scomparire o desiderando di trovare un angolino in cui sotterrarsi come gli struzzi per vergogna. Anche il contesto socioculturale di appartenenza gioca un ruolo rilevante nell’economia delle reazioni a quel sentimento chiamato umiliazione. In alcune società, ad esempio, ”la faccia” va preservata ad ogni costo ed essere contraddetti o messi in fallo viene considerato uno scacco imperdonabile ed un affronto. Sentirsi incriminati di essere colpevoli di un errore non per forza, è importante ribadirlo, implica l’umiliazione. Gli amici più gentili o quelli più sensibili sono in grado di far notare degli errori con tatto e comprensione, magari riservando le loro osservazioni a momenti privati di confronto, lontani da occhi e orecchi indiscreti. Se hai apparecchiato la tavola posando le forchette alla destra del piatto del commensale piuttosto che alla sinistra come galateo impone, un parente più anziano potrebbe prenderti da parte e rimproverarti in maniera cordiale o, addirittura, sopperire all’errore in un momento in cui nessuno è presente. Se l’errore in questione comporta delle conseguenze problematiche che potrebbero avere un effetto domino, tale persona potrebbe cercare di aiutarti a prevenire dalle potenziali ripercussioni e dalla situazioni di imbarazzo che potrebbero scaturire da quella prima mancanza.

Dunque, il fatto di essere ripresi o corretti non risulta essere necessariamente correlato con l’ umiliazione. Tuttavia, nel momento in cui si viene rimproverati in maniera brutale o tale da generare frustrazione e vergogna in colui che viene ripreso, è difficile sentirsi bene con se stessi, a prescindere dal proprio contesto socioculturale di appartenenza. Estremizzando, l’atto di indurre un senso di umiliazione nella vittima giace alla base delle deprecabili situazioni di tortura messa in pratica nelle carceri o dei casi di violenza domestica. Perfino in quello che è conosciuto al grande pubblico come Stanford Prison Experiment secondo cui il ruolo di “guardia” deve essere rivestito da comuni studenti degli istituti superiori, l’ umiliazione diviene parte integrante della dinamica d’azione. Parallelamente, dai campi di gioco all’ ambiente di lavoro , non di rado alla radice del bullismo giace questo sentimento terribile, l’ umiliazione che viene fatta provare alle proprie vittime con particolare goduria nei carnefici qualora a gioire dello stato di debolezza altrui ci sia una platea sadica.

Per definizione, l’ umiliazione è un sentimento che il soggetto prova nel momento in cui viene messo in una posizione di palese inferiorità rispetto agli altri. Ci si può sentire in disappunto con se stessi quando si commette un errore o non si è in grado di fornire la risposta corretta ad un quesito, ma fintanto che non si ha attorno una platea impaziente di pronunciare la propria inclemente sentenza, si tratta solo di dover fare i conti con se stessi. Generalmente è necessario il coinvolgimento di terze persone perché si possa provare umiliazione.

Chiunque si è ritrovato a provare, almeno una volta nella vita, un senso di umiliazione e può di certo dichiarare in base alla propria personale esperienza che non si tratti affatto di una situazione gradevole, al contrario, può affermare che essa abbia un alto impatto negativo nel soggetto. Contrariamente alle aspettative, tuttavia, l’ umiliazione sembra essere una di quelle emozioni piuttosto trascurate in ambito accademico della psicologia. Altre emozioni negative come rabbia, gelosia, paura ed ansia sembrano destare maggiore interesse al livello di ricerca scientifica, probabilmente per via delle loro ovvie ed evidenti implicazioni. La rabbia investe con il suo impatto negativo ed in maniera evidente lo stato di salute del soggetto; l’ansia può compromettere le prestazioni individuali;, la gelosia intacca le relazioni e genera conflitto mentre la paura può essere il germe di una più seria fobia. L’ umiliazione, contrariamente agli stati emotivi precedenti, sembra essere un senso di malessere che, almeno in superficie, non serba conseguenze.

Tuttavia, posto il fatto che l’ umiliazione giochi un ruolo determinante nella vittimizzazione, appare necessario approfondire ed ampliare il raggio investigativo rispetto ai suoi effetti.

Gli psicologi Marte Otten e Kai Jonas dell’università di Amsterdam hanno deciso di monitorare le prestazioni cerebrali di alcuni partecipanti nle frangente in cui venivano esposti all’influsso emotivo di alcuni scenari evocativi. Gli elettoencefalogrammi (EEGs) derivanti vennero poi comparati. Le emozioni principali che sembrarono riportare furono rabbia, felicità o umiliazione. Lo scenario al quale l’ umiliazione era associata appariva come: “Ti trovi per la prima volta a cena con un potenziale partner conosciuto via internet nel ristorante concordato. Questi ti guarda fisso negli occhi, poi si gira e scappa via”. Riteniamo che questo possa essere un evento dal quale potrebbe scaturire un plausibile senso di umiliazione.

Otten e Jonas furono in grado di stimare le risposte dei partecipanti in termini di impatto negativo e relativa intensità nell’emotività del soggetto. Dall’analisi comparativa delle emozioni evocate dai tre differenti scenari, arrivarono ad una conclusione: le reazione di partecipanti all’ umiliazione era decisamente più negativa dal punto di vista dell’impatto rispetto a quanto non derivasse sia dalla rabbia che dal senso di felicità.

A partire dalle basi poste da tale studio pionieristico è possibile notare come il cervello umano non gradisca affatto gli effetti dell’ umiliazione. Non solo ci si sente male, ma i livelli d’attivazione del cervello e di risposta emotiva risultano più suscettibili che in risposta a qualsiasi altra emozione.

Sembra plausibile ritenere che essere denigrati dinanzi a tutti porti ad un profondo senso di frustrazione. Quello a cui si pensa meno spesso è l’effetto che si provoca nel prossimo quando si sta dall’altra parte della barricata e si vestono i panni del “carnefice” autore responsabile dell’ umiliazione. Se distruggere il proprio interlocutore è il proprio obiettivo, con l’ umiliazione di certo si sta imboccando la strada giusta. Tuttavia, se pensi di “aiutare” i tuoi amici o familiari sbandierando di fronte al patibolo i loro difetti o sottoponendoli al giudizio pubblico,, probabilmente sei tu ad essere in errore. Esistono dei metodi alternativi, dolci e cortesi per impartire una lezione di vita a colui con il quale ci si interfaccia, al quale si vuole bene e a cui si desidera dare un insegnamento per la vita. Assicurarsi che la propria volontà di insegnare qualcosa o le proprie critiche siano proposte in maniera delicata e morbida, nella tutela del rispetto altrui, è la via imprescindibile per evitare il senso di umiliazione nel prossimo.

Provando a porsi dalla prospettiva inversa è utile provare a riflettere su come si è portati a reagire alle situazioni di umiliazione quando queste ci coinvolgono in prima persona. In altra sede ho avanzato una dissertazione su come sia possibile fronteggiare le critiche. Avere a che fare con l’ umiliazione non è così diverso, ma in quanto stato emotivo, risulta ancor più fondamentale imparare a gestire i sentimenti negativi.

Come con qualsiasi emozione, anche quando si ha a che fare con l’ umiliazione il risultato dipende dal punto di vista che si adotta rispetto alle circostanze. Secondo le teorie cognitive sull’emozione, ciò che si prova in un determinato momento scaturisce in misura causale dalla propria modalità di pensiero. Per citare colui che meglio espresse tale sensazione, Amleto: “Non esiste nulla di buono e nulla di cattivo. È ciò che si pensa a rendere le cose tali”. Se non si ha la corazza dura e si detesta venire rimproverati di fronte agli altri, prestare attenzione a ciò che si pensa potrebbe essere una maniera interessante per divincolarsi nelle situazioni di difficoltà. Se l’ umiliazione è un’emozione che deriva del senso di inferiorità rispetto ad un gruppo di simili, probabilmente provare a ridefinire mentalmente la situazione e smorzare l’enfasi sulle circostanze potrebbe aiutare il soggetto ad assumere un punto di vista razionale e ponderare le proprie reazioni.

È possibile che un amico, una persona molto vicina, o un insegnate desiderino semplicemente aiutare qualcuno a prevenire ulteriori errori, così che la sensazione di inferiorità che si prova è spesso solo frutto dei propri sentimenti e pensieri. Ridefinire la situazione smorzando il senso di perdita di onore potrebbe aiutare in maniera consistente a bilanciare gli effetti dell’ umiliazione. Tuttavia, nonostante la persona con cui abbiamo a che fare nutra le migliori intenzioni, non sempre queste si traducono in comportamenti dagli esiti ottimali. Impedendo a se stessi di provare una sensazione di perdita di dignità o di inferiorità si riuscirà nell’intento di sottrarre gli altri dalla gioia e dal piacere di godere della tua frustrazione. È possibile che, esattamente come avvenne nel sistema adattivo di sopravvivenza, poco a poco demordano dal comportarsi in maniera abominevole o involontariamente poco gradevole.

In qualsiasi caso, quando ci si sente attaccati a ragione, esistono diverse strade da poter percorrere per cercare di uscire da quello che pare un tunnel di negatività: se si tratta di un innocente fraintendimento tra amici, rispolvera il libro delle parole gentili e parla privatamente con il diretto interessato o con uno o due testimonial massimo. Se, invece, ci si trova di fronte ad una vera e propria violazione dei propri diritti si può dover ricorrere a terze persone super partes che, lucidamente possano rettificare l’impasse.

L’ umiliazione si presenta sotto diverse forme, dal rifiuto all’esposizione alla pubblica vergogna per gli errori commessi. Tuttavia, la comprensione del legame che la vincola alle reazioni del cervello può rivelarsi la maniera migliore per poter rispondere in maniera efficiente e, probabilmente, prevenire o affrontare l’intenso dolore che tale emozione è in grado di provocare.

Fonte: Psichology Today

Articolo pubblicato da Susan Krauss Whitbourne Ph.D., l’8 luglio 2014,  tradotto e adattato da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

Antonio Fresco

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