skip to Main Content
Dall’insonnia Al Sonno: Soluzioni E 9 Rimedi

Dall’insonnia al sonno: soluzioni e 9 rimedi

Dall’insonnia al sonno

Ricerca, falsi miti, rischi, soluzioni, e 9 rimedi per il breve periodo

I disturbi del sonno si palesano oggi come un fenomeno sempre più dilagante tra la popolazione occidentale e, stando a quanto sostenuto da Helen O’Callaghan le conseguenze di un riposo interrotto potrebbero giungere ad intaccare importanti finzioni biologiche e neurali come quelle cognitive.

Il sonno costituisce una parte essenziale dell’esistenza ed influenza notevolmente la nostra salute. Inoltre dormire è fondamentale al fine del mantenimento performativo relativo alle funzioni cognitive.

La ricerca

Relativamente a quanto affermato, un recente studio ha constatato come la carenza cronica di sonno possa causare dei danni irreversibili a livello cellulare e neurale. Il Dottor Sigrid Veasey, professore all’università della Pennsylvania, coadiuvato dai suoi collaboratori ed assistenti presso la Clinica del Sonno e Neurobiologia Circadiana (Center for Sleep and Circadian Neurobiology), al seguito di un esperimento condotto su esemplari di ratti che funsero da cavie, ha argomentato come la debolezza prolungata al seguito dell’assenza di riposo potesse portare negli animali dei danneggiamenti empiricamente testati a livello neuronale con impatto negativo anche sul piano della capacità reattiva, di allerta e dello stato cognitivo a regime ottimale.

Afferma Veasey a riguardo:

“Sosteniamo che in presenza delle stesse condizioni di cronica carenza di sonno, gli stessi effetti preoccupanti si possano verificare specularmente anche a livello neuronale umano. A studio concluso emerse come tra molti lavoratori sottoposti a turni fosse comune la sensazione di aver perso lo stato di energia fisica antecedente l’inizio lavorativo. In effetti molti di essi lamentarono una diminuzione sul piano dell’attenzione vigile constatabile prima dei turni ed in generale tutti dichiararono di concedersi una media massima di cinque ore e mezzo di sonno nell’intero arco delle 24 ore”.

Miti da sfatare

Se è vero che per alcuni un ciclo di sei ore totali di sonno a notte è sufficiente a garantire un efficiente stato d’allerta e un sistema neurale funzionalmente attivo, stando a quanto sostenuto da Veasey questa situazione si verifica solo in rari casi. In quanto:

  • “Spesso si è portati a pensare di essere performativi a pieno regime a prescindere dall’ammontare delle ore dedicate al riposo, ma in realtà, stando ai dati clinici, tale convinzione è frutto di una persuasione non solo errata, ma profondamente pericolosa e fuorviante in quanto limita la consapevolezza dell’importanza del sonno nell’economia della performance a livello cerebrale e biologico nella vita quotidiana.

Non sono rari i casi in cui coloro che sottovalutano il ruolo sostanziale del sonno fatichino a prestare attenzione durante un discorso e nei casi di conferenze o convegni alimentano la compagine di ascoltatori cinque o sei volte più inclini alla distrazione rispetto a coloro che curano il proprio rapporto col riposo”.

  • Continua poi Veasey asserendo che all’interno dell’ambito scientifico si sta tentando di sfatare il luogo comune diffuso secondo cui sarebbe possibile recuperare le ore di sonno perso accumulate in settimana durante il week end. Studi alla mano è stato dimostrato attraverso statistiche inconfutabili in merito come in coloro che durante la settimana dedicano al sonno una media di cinque ore a notte (dal lunedì al giovedì) seguite da nove ore dedicate al riposo nei tre giorni restanti del fine settimana continuino ad essere riscontrabili dei problemi d’attenzione, persistano delle lentezze nei riflessi e che dunque le ore supplementari concentrate venerdì, sabato e domenica non possano sopperire a quelle accumulate in precedenza.

“La carenza di sonno provoca un nefasto effetto distruttivo che coinvolge le connessioni sinaptiche neuronali le quali necessitano di un lasso temporale ben più lungo di un fine settimana per ristabilirsi. Si dovrebbe riflettere infatti sull’incredibile meccanismo messo in atto dal cervello durante il ripristino connettivo che, non a caso, procede a pieno regime per almeno dei mesi d’attività neuronale incessante al seguito dei quali l’uomo adulto potrebbe ristabilire lo stato sinaptico di partenza, ma solo se annoverabile in quella categoria di individui in salute psicofisica e inclini ad attenersi ad uno stile di vita che comprenda un sano regime alimentare e la pratica dell’esercizio in quanto la difficoltà e le tempistiche di rigenerazione delle cellule cerebrali cresce in maniera direttamente proporzionale all’avanzare dell’età”.

Sintomi e diagnosi

In Irlanda i casi registrati di insonnia riguardano dal 10 al 15% della popolazione manifestandosi attraverso sintomi riconoscibili quanto fastidiosi quali difficoltà a prendere sonno, problemi nel mantenere un funzionale stato di veglia, risvegli all’alba o riluttanza nell’andare a letto la sera.

In alcune circostanze i sintomi dell’insonnia potrebbero manifestarsi temporaneamente occupando l’arco di una sola settimana o perfino qualche giorno. In presenza di tale occasionale disturbo si parla di insonnia transitiva. Se i sintomi dovessero persistere perdurando da una a tre settimane siamo in presenza di insonnia a breve termine, mentre di tratta di insonnia cronica nel caso in cui i sintomi si palesino lungo l’arco di un mese o più, verificandosi almeno tre notti a settimana. Quest’ultima tipologia segna il passaggio dal disturbo alla patologia e concerne ben l’80% dei casi clinici. Tra i pazienti affetti da insonnia cronica si riscontrano casi di inettitudine giornaliera in cui l’affaticamento, incapacità di concentrazione, difficoltà a livello di immagazzinare informazioni nella memoria a breve termine, sbalzi umorali, tendenza ad appisolarsi nei momenti meno opportuni, riduzione energetica psicofisica, incremento delle possibilità d’incappare in errori elementari e di provocarsi danni fisici in incidenti a causa della mancanza d’attenzione ed allentamento dei riflessi.

Incrementa il ricorso non specialistico ai farmaci

Quanto riscontrato dai grafici statistici a cura del dipartimento Primary Care Reimbursement Service il fenomeno dell’insonnia ha subito di recente un incremento rimarcabile e non trascurabile. Le prescrizioni di Zopiclone e Zolpidem, i rimedi farmaceutici più diffusi in Irlanda, secondo i rilevamenti del GMS hanno toccato il picco di 1.135.798 nel solo 2013 fronte al 796,527 dei tre anni precedenti. Un dato sul quale è opportuno soffermarsi, inoltre, risiede nel fatto che le statistiche rese disponibili non includono, ovviamente, tutta la gamma di farmaci somministrati ai pazienti con disturbi di insonnia non registrata nelle tabelle del GMS che potrebbero distorcere per eccesso i numeri pubblicati.

Stando alle dichiarazioni dello psicologo del sonno Breege Leddy solo dal due al cinque percento di coloro che soffrono di insonnia ricorrono a medicinali regolarmente prescritti da professionisti qualificati per alleviarne i sintomi o come valido rimedio da passare al vaglio mentre la maggior parte opta per pillole o soluzioni consigliate da amici e parenti o sceglie la strada del web e dell’acquisto on line. Afferma lo specialista:

“Esistono dei luoghi deputati alla cura dei disturbi legati al sonno; tuttavia è fondamentale ribadire che l’efficacia dei trattamenti ivi proposti riguarda solo i casi di insonnia a breve termina (con sintomi da due a tre settimane) e che le somministrazioni farmaceutiche prevedono di attenersi ad una soglia minima stabilita senza sforarla”.

I rischi

Gli effetti collaterali derivanti dall’assunzione priva di criteri medici di rimedi chimici e l’attitudine alla leggerezza nei confronti dei farmaci senza previa prescrizione riguarda il calo drastico delle prestazioni a livello cognitivo e mnemonico, incremento notevole delle possibilità di incorrere in danni fisici accidentali così come l’aumento del rischio di caduta per le persone più anziane, inclinazione a reazioni violente dinanzi a diagnosi mediche e pericolose conseguenze derivanti dall’incompatibilità di alcuni principi attivi nel caso in cui venissero utilizzati in maniera congiunta con altri farmaci e, paradossalmente, maggiore sollecitazione alla ricomparsa nei confronti del problema nel tentativo di porvi rimedio.

“Alcune pillole per il sonno potrebbero rivelarsi dannose in quanto vanno ad impattare direttamente sull’architettura normalizzata del riposo che segue dei ritmi circadiani standard sonno/veglia frutto di un processo biochimico altamente preciso. Non esiste alcun sostituto artificiale che possa sopperire ad una sana dose di sonno biologicamente richiesto e perfino l’ipnosi, i cui effetti sul riposo e lo stato di trance si stanno diffondendo alla stregua di una moda, provoca un sonno “fittizio”, non ristorativo”

afferma Leddy.

A parere di Patrick Fuller, assistente alla cattedra di neurologia presso il dipartimento di medicina del sonno alla Harvard Medical School, il risultato migliore che si possa ottenere attraverso la medicina risiede nella capacità di instillare nel paziente la capacità di dormire. Tuttavia, il professore ritiene anche che esiste una grande falla, ossia l’effetto boomerang negativo che tali trattamenti potenzialmente avrebbero in quanto si tratta di cure che prescindono dal caso specifico relativo al singolo paziente ed alle sue uniche problematiche e non sono in grado di agire in maniera focalizzata sulle particolari aree del cervello coinvolte nella disfunzione interessando invece tutte le connessioni neuro-comportamentali indiscriminatamente.

“Sono stati verificati degli esempi estremi di soggetti che hanno deciso di sottoporsi a rimedi occasionali volti a curare i disturbi del sonno i quali, sotto gli effetti anestetici ed analgesici contenuti nelle sostanze assunte, si sono trovati a vivere uno stato di pseudo trance in cui, privi di una reale coscienza, hanno assunto dei comportamenti altrimenti non motivabili come mangiare oggetti non commestibili, praticare sesso estremo, essere coinvolti in situazioni di cleptomania o guidare sconsideratamente dei veicoli di grossa cilindrata. Accanto a tali casi, fortunatamente isolati, esiste però un’ampia gamma di individui che hanno dichiarato di accusare degli effetti collaterali poco gradevoli al seguito dell’assunzione di farmaci come la tendenza ad alternare al periodo di riposo dei lunghi periodi di veglia”.

Fuller è stato l’autore ufficiale di uno studio pionieristico recente nel quale, per la prima volta in assoluto, si dimostra che esiste un’area specifica ed individuabile del cervello deputata al sonno profondo in una piccola regione collocata nell’area della corteccia.

Durante l’esperimento che potesse attestare l’esistenza di tale regione corticale nel quale i ricercatori si avvalsero di animali da cavia, nel momento in cui la zona parafacciale subiva un’attivazione indotta essi automaticamente piombavano in un sonno profondo a prescindere dall’ora del giorno o della notte nella quale la sollecitazione aveva luogo ed assolutamente senza il ricorso ad alcuna sostanza chimica o naturale. Fu questo dato empirico che portò Fuller a diffondere le sue conclusioni ossia che l’esistenza di questa zona si propone d’essere la svolta scientifica propedeutica ad un’evoluzione nel campo di “nuove, più sicure e personalizzate sostanze che giovino a coloro che soffrono di insonnia” ottenendo dei benefici testabili stimabili entro circa un decennio secondo pronostici ottimistici.

L’influenza dello stress sull’insonnia

Una domanda sorge spontanea a seguito di quanto emerso dagli studi e dalle casistiche di settore: il ruolo dello stress nell’economia del buon riposo. Fuller ritiene che spesso l’influenza dello stress nei casi di insonnia viene sottostimata, obliterando il fatto che “lo stress si presenta come uno dei maggiori fattori ansiogeni legati allo stato di veglia. Sono molti, infatti, i ricercatori professionisti nel campo che individuano nello stress una delle cause dell’insonnia in quanto elemento capace di intaccare differenti circuiti legati al sonno”.

Andrew Coogan, assistente professore presso il distretto di psicologia a NUI, nel Maynooth, afferma attraverso una metafora tecnologica che l’insonnia si colloca come un problema di software piuttosto che di hardware ossia di funzionamento e percorsi neuronali piuttosto che di organismo nel complesso strutturale. Esplicita in merito il professore: “l’insonnia scaturisce principalmente da fattori psicologici piuttosto che sorgere dalla conformazione fisica del cervello” ed aggiunge la scoperta delle tre Ps dell’insonnia, ossia quei fattori psicologici responsabili della predisposizione, cedimento e persistenza del fenomeno

Le origini psicologiche dell’insonnia:

la preoccupazione

I primi meccanismi correlati con la predisposizione aumenterebbero il rischio di incedere nell’insonnia e vengono individuati nello status sociale, nella storia personale e genealogica ed in disfunzioni croniche già presenti nel paziente dimostrate dal fatto che tra coloro che soffrono di depressione il rischio aumenta fino a toccare un picco del 75%.

I fattori responsabili del cedimento, invece, fanno capo ad una semplice domanda che il paziente affetto da disturbi del sonno è portato a porsi e che consente di analizzarli e consiste nel perché si è improvvisamente e senza apparente ragione persa la capacità prima posseduta e considerata normale di dormire. Tra le prime ragioni sicuramente compaiono i fattori ambientali, il contesto e l’ecosistema nel quale il soggetto si colloca in quanto elementi come l’oscurità della stanza in cui si riposa e la consistenza del materasso scelto giocano un ruolo fondamentale nella qualità del sonno. Un altro agente che potrebbe attentare alla quiete del riposo risiede in un cambiamento fisico come quelli legati all’alimentazione o ad un trasloco, psicologico come quelli di natura lavorativa o psicofisica come nel caso dei cambiamenti ormonali verificantisi nelle donne incinta. Che siano positivi o negativi, in effetti, tutti i mutamenti, specie se repentini, sono fonte di stress dal quale scaturiscono, come visto, diverse problematiche inerenti il riposo.

“Una preoccupazione di qualsiasi natura che influisca sulla psicologia o impatti l’individuo a livello fisiologico potrebbe avere delle eco deleterie sul benessere del riposo”

dice Coogan.

Con una temperatura corporea media precedente il riposo e durante il sonno meno regolare, le donne risultano più soggette agli sbalzi di natura fisiologica che potrebbero sortire degli effetti negativi sul buon riposo specie durante le fasi critiche a livello ormonale del ciclo, della menopausa o della gravidanza notoriamente correlate con un aumento sostanziale dei gradi biochimici.

“Durante un ciclo mestruale regolare è riscontrabile un incremento della temperatura corporea relativa al corpo femminile di ben quattro o cinque gradi nel momento di picco ormonale che si verifica durante l’ovulazione o nella seconda metà del periodo. In tale lasso temporale è plausibile, anzi, al limite naturale e fisiologico, che la donna possa avere alcune difficoltà legate al sonno” afferma il Dr Shirley McQuade, direttore in capo della Clinica del benessere femminile (Dublin Well Woman Centre) ubicata a Dublino. Analoga risulta la situazione rispetto al sonno per quanto concerne le donne in stato interessante in quanto l’aumento ormonale innalza la temperatura delle donne che potrebbero avvertire delle vampate di calore che impediscono il riposo ed ostacolano il rilassamento, prassi molto simile ed amplificata nel caso della menopausa durante la quale ai sudori notturni si imputa l’impossibilità di dormire o la frequente interruzione del sonno.

Se da un lato esistono dei soggetti per i quali le difficoltà legate al riposo manifestano i propri sintomi per periodi brevi e passeggeri, per altri la fase occasionale si converte in disturbo cronico e perdurante fino all’ostinazione.

Il Dr Coogan attribuisce a differenti agenti la responsabilità di uno stato di insonnia cronica, specie legati alla persistenza, terzo fattore Ps che riguarda alcune cattive abitudini e predisposizioni psicologiche errate rispetto al riposo come la paradossale preoccupazione di dover dormire almeno otto ore onde evitare il rischio di non essere abbastanza reattivi l’indomani in sede lavorativa., preoccupazione, questa che non fa che generare l’impossibilità di ottenimento dello stato che ci si preoccupa di raggiungere.

Breege Leedy si è distinta all’ospedale specializzato nel trattamento dell’insonnia Bon Secours la cui clinica ha sede a Glasnevin per avere dimostrato un profondo interesse nelle tecniche della terapia cognitivo comportamentale (CBT). La studiosa conferma come nell’ambito della ricerca recente alla CBT si attribuiscano i migliori effetti terapeutici nel campo delle cure non farmacologiche relative all’insonnia e ad oggi la clinica vanta un volume di richieste terapeutiche tramite terapia cognitivo comportamentale crescente a ritmi eponenziali specie in virtù del fatto che spesso coloro che desiderano ricorrere a trattamenti alternativi alimentano le fila degli “scoraggiati” che le hanno provato vanamente qualsiasi rimedio constatandone l’inefficacia.

La CBT promette effetti duraturi consolidati dal fatto che si propone di fornire ai pazienti gli strumenti necessari e fondamentali per poter imparare a fronteggiare in autonomia il problema dell’insonnia. Sono infatti ben 85 gli studi pubblicati convergenti in merito alle percentuali dei pazienti nei quali i risultati persistenti ed i miglioramenti apportati dalla CBT rispetto ale patologie del sonno ed ammontano ben al 70/80% delle casistiche”.

La soluzione: psicoterapia CBT

I test sui pazienti sono stati condotti al seguito di un periodo pre-studio durante il quale fosse possibile determinare lo stato di gravità del problema prima della cura e compararlo a trattamento concluso comprendendone l’efficacia in maniera empirica. La terapia del sonno basata sulla CBT pone l’accento sulla cosiddetta igiene del riposo, focalizzandosi in particolare sui momenti psicologici ed i rituali ambientali antecedenti lo stato del dormiente imponendo lo spegnimento di tutti i dispositivi tecnologici come pc o smartphone e la cessazione assoluta delle attività mentali o concrete connesse al lavoro. Il piano curativo prevede inoltre la limitazione relativa all’assunzione di caffeina che non può eccedere un quantitativo pari a quello contenuto in due tazzine al giorno. oscurità, quiete e refrigerazione della stanza in cui si dorme sono gli ulteriori parametri non trascurabili. Ribadire il fatto che la CBT tragga spunto e si sviluppi su una branca della terapia stimolo-controllo motiva l’importanza associata alle associazioni psichiche negative che il paziente matura nei confronti dell’insonnia come la cattiva sopportazione della camera in cui dormono in quanto ambiente di rimando ad un luogo ostile non solo nel quale si trascorrono le ore peggiori e tormentate della giornata, ma anche del tutto inutile all’assolvimento della finzione al quale sarebbe deputato.

“Attraverso la CBT come alternativa nella cura dei disturbi legati al riposo si incoraggia quella che clinicamente viene definita restrizione del sonno che consiste nell’indurre il paziente ad alzarsi dal letto senza ulteriori ostinazioni o esitazioni passata la soglia dei 15 minuti di totale incapacità di dormire”

chiarisce Leddy, Dott.ssa specializzata in tecniche di rilassamento della mente sovraccaricata da “pensieri ostinati e rimuginazioni o preoccupazioni svariate fonte di incessante ed immotivata attività del cervello”.

Fondamentale è fare luce sulla vera sfida della CBT consiste principalmente nel rendere il paziente capace di gestire le cattive percezioni ed associazioni maturate in relazione al dormire e renderlo in grado di sostituirle con dei pensieri positivi e rilassanti nel momento in cui si accinge al riposo.

“Coloro che accusano delle difficoltà rispetto al riposo sono portate a pensare in maniera ossessiva a come reagire all’assenza di sonno e si preoccupano delle ripercussioni negative che potrebbe avere sulle performance lavorative l’indomani”.

Per far fronte a tale atteggiamento controproducente la Dott.ssa Leddy ed il suo team insegnano al paziente ad acquisire una maggiore consapevolezza rispetto al proprio corpo, macchina perfetta capace di gestire e reagire a situazioni in cui si palesi una penuria di riposo, rendendoli inoltre consapevoli del fatto che in realtà molte persone dormono di fatto più di quanto credano.

Per quanto riguarda la mia personale esperienza con l’insonnia posso solo dire che sono giunta ad un essenziale punto di svolta quando ho scoperto che la cura risiede esattamente nel riconquistare la propria fiducia e consapevolezza rispetto alla capacità di dormire, raggiungibile attraverso la focalizzazione su quanto di positivo e benefico un sano riposo possa offrire. Nel mio caso si verificava che proprio nel momento in cui tentavo di farmi abbracciare da Morfeo ed entrare nel mondo dei sogni provassi delle sensazioni talmente piacevoli da far sì che questo stato psicofisico di benessere diventasse il naturale preludio al sonno profondo dal quale, una volta raggiunto, mi lasciavo coccolare per tutte le ore necessarie senza più momenti di abbandono. In più, altra condizione e mantra da cui il mio stato ottimale di riposo ha tratto grande giovamento, fu il ripetermi: “ho sempre dormito come un angioletto, non vedo perché non debba riuscire a farlo ancora”, autoconvincendomi che la soluzione risiedesse in me e nelle mie facoltà.

Dormire è un processo naturale. Non è giusto, né tantomeno possibile, forzarlo artificialmente. Oltretutto non vi è ragione perché questo accada.

Sovente è semplicemente una questione di rilassamento e di gestione di una mente iperattiva, calderone e vulcano di idee. Il corpo umano conosce perfettamente come conquistare il buon riposo, è cosciente delle sue necessità fisiologiche di riposo e consapevole in automatico dei suoi ritmi circadiani. L’organismo ci insegna attraverso dei segnali come gestirlo, non necessita, come spesso l’uomo ha la presunzione di ritenere, di alcun insegnamento impartito dell’esterno. Il corpo è causa e rimedio, anche rispetto al riposo.

9 Rimedi per il’insonnia

Riuscire ad addormentarsi è una questione di lasciarsi andare, sostiene Derval Dunford, una questione di spensieratezza e leggerezza del pensiero. La Dott.ssa propone alcuni semplici rimedi ed atteggiamenti utili all’ottenimento di tale stato centale tra cui:

  • Consapevolezza del corpo – consiste nel focalizzare l’attenzione sulle differenti parti dell’organismo, iniziando dai piedi per poi risalire in cima fino all’apice del cranio. Concentrarsi sulle zone nevralgiche di contatto corporeo con il letto e lasciare che ognuna di esse “respiri”, senta questa unione farà sì che durante la fase espiratoria mente e membra percepiscano la piacevole morbidezza acuendone l’effetto grazie ad un percorso psichico e tattile capace di connettere lo stato di piacere fisico con la quiete mentale.
  • Profondità del respiro toracico-addominale – attraverso una corretta tecnica respiratoria è possibile giungere ad uno stato di rilassamento sollecitando la parte polmonare inferiore. Percepire il crescendo delle dosi d’ossigeno nelle cellule, muoversi a ritmo dei flussi e deflussi d’aria internamente all’organismo si rivelano essenziali ai fini di un riposo ottimale e di una distensione nervosa. Contare fino a sette nell’atto dell’inspirazione e fino ad undici durante l’espirazione diventeranno i numeri fondamentali per conquistare un relax psicofisico alleato migliore del sonno.
  • Rimedi naturali ed omeopatici – Megan Sheppard, esperta del settore, sostiene che il potere sedante delle piante sia un utile alleato per la distensione nervosa e l’inibizione tensiva con un incentivo ulteriore all’utilizzo che risiede nella totale assenza di effetti collaterali nel caso in cui le erbe dovessero essere assunte in concomitanza con altre sostanze di natura farmaceutica.
  • Luppolo – dal potere calmante, si rivela utile nel caso in cui si desideri liberare la mente dalle preoccupazioni che impediscono di “staccare ala spina”.
  • Lavanda – rimedio alternativo nelle situazioni in cui il disturbo del sonno sia causato da stress e tensioni. Direttamente dalla natura, il fiore della lavanda è capace di sprigionare tutte le proprietà distensive contro mal di testa, difficoltà digestive e depressione. In alcune occasioni sono stati registrati casi in cui un abuso della sua essenza abbia sortito effetti contrari, dunque un utilizzo moderato è fortemente consigliato ai fini dell’efficacia finale.
  • Camomilla – rimedio della nonna efficace, ma non di facile tollerabilità in quanto effetti collaterali causati dal cuore della margherita quali irritabilità, nausea ed irritazioni cutanee sono ampiamente diffusi tra i soggetti.
  • Fiore della passione e valeriana – dagli effetti più simili a quelli di altri tranquillizzanti lievi di natura erboristica non additiva, mentre il primo è consigliato a coloro che soffrono di stati di insonnia temporanea, la seconda viene spesso prescritta come soluzione a disturbi del sonno legati ad una mente iperattiva o ad accumulata tensione muscolare per le sue virtù riscontrate da coloro che hanno subito danni permanenti fonte di dolore costante a causa di incidenti dagli esiti irreversibili.
  • Tiglio – connubio tra delicatezza ed efficienza, questa pianta esibisce i suoi poteri terapeutici nelle circostanze in cui il fattore scatenante dell’insonnia risiede in agenti stressogeni emotivamente provanti, non a caso, infatti, tra i maggiori utilizzatori di tale rimedio si annoverano individui inclini allo stato d’ansia, che soffrono di attacchi di panico o che si trovano a confrontarsi con preoccupazioni costanti
  • Erbe dalle proprietà stimolanti ed eccitanti – in un paradosso solo apparente, è proprio in alcune piante non associabili con proprietà notoriamente inibitorie, bensì collocabili nella lista delle sostanze la cui azione primaria risiede nel sollecitare le reazioni biochimiche dell’organismo che si trova una valida alternativa nella cura dell’insonnia, in particolare in quelle circostanze nelle quali l’esaurimento fisico induce il soggetto a sentirsi esausto al punto tale da renderlo incapace di rilassarsi e dormire. Avena e ginseng (solitamente siberiano o del tipo Panax proveniente dalla Cina) risultano tra gli stimolanti più quotati tra i rimedi ai disturbi legati al sonno, tuttavia, è imprescindibile ai fini dell’efficacia sostanziale, un assunzione consapevole: se da un lato avvalersi dell’avena non necessita l’associazione ad un momento della giornata specifico, dall’altro sarebbe bene ricorrere al ginseng solo ed esclusivamente durante le ore diurne ed andrebbe bandito il suo utilizzo nei giovanissimi di età inferiore ai 12 anni, in caso di gravidanza o allattamento ed assolutamente evitata l’accostamento alla caffeina o altre sostanze eccitanti.

Antonio Fresco – Psicologo Milano

Seguimi su facebook cliccando “Mi piace” alla pagina “Psicologia per la vita quotidiana“.

Fonte: Irishexaminer

Articolo pubblicato da Helen O’Callagham, il 31 gennaio 2015, tradotto da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top