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Un Aiuto Cognitivo-comportamentale Per La Fibromialgia

Un aiuto cognitivo-comportamentale per la fibromialgia

Fibromialgia

Per i cinque milioni di americani che soffrono di fibromialgia non esiste una definizione clinicamente efficace della condizione nella quale versano.

“Gli esperti del settore concordano sul fatto che la sindrome da fibromialgia non riguardi un singolo disturbo specifico, ma piuttosto si concretizzi in un insieme di scompensi correlati e che i pazienti affetti da tale scompenso clinico possano essere divisi in sottogruppi identificabili in base alla dominante relativa alla patologia”. Quanto affermato da Juan V. Luciano, PhD, psicologo e ricercatore presso il centro spagnolo di Parc Sanitari Sant Joan de Déu con sede a Barcelona e riportato sulle pagine della rivista scientifica Neurology Advisor si coniuga con un’ulteriore affermazione del professore che conclude asserando:

Oggi il maggiore investimento in termini di studio e ricerca clinica deve essere devoluto in nuovi progetti d’analisi riguardanti lo sviluppo di trattamenti innovativi che possano affiancare i pazienti durante l’arco della loro intera esistenza in termini di cura e supporto”.

In effetti fintanto che si permarrà nella totale assenza di trattamenti specifici per la fibromialgia, la principale strada intrapresa dagli specialisti non potrà che ancorarsi al tentativo di ridurre ed alleviare i sintomi implementando, al contempo, la risposta funzionale di coloro che ne sono affetti attraverso una combinazione ricorrente di interventi a livello di prescrizioni farmacologiche ed abitudini comportamentali nel quotidiano.

L’amministrazione farmaceutica federale (Federal Drug Administration) ha di recente approvato ufficialmente tre farmaci alternativi nel trattamento della fibromialgia tra le quali si annoverano la duloxetina ed il milnacipran dotati di sostanziali effetti antidepressivi e la pregabalina utile nell’alleviare il dolore derivante dalle neuropatologie.

I ricercatori constatano che stando allo stato attuale della ricerca, gli effetti di tali trattamenti rimangono ad ogni modo limitati2 .

Esistono due terapie non farmacologiche sulle quali è confluita ultimamente l’attenzione del settore scientifico in merito alla fibromialgia e si concentrano primariamente sulla riduzione possibile del dolore attraverso alcune tipologie d’esercizio avvalendosi della terapia cognitivo comportamentale (CBT) utile, a sua volta, ai fini dell’individuazione specifica delle varie aree nelle quali si manifesta la necessità d’intervento a livello psicologico3. È dimostrato, infatti, che la terapia cognitivo comportamentale (CBT) supporti i pazienti nell’automotivazione e nella presa di coscienza delle proprie capacità permettendo a chi ne soffre di prendere il controllo e la gestione della propria condizione. La CBT si è dimostrata un supporto preziosissimo nella conversione del pensiero pessimistico e nella gestione dei sentimenti negativi spesso dilaganti promuovendo nuove modalità di fronteggiare in maniera efficace e positiva sintomi quali dolore, fatica e disturbi del sonno.

Afferma Luciano: “Attraverso la terapia cognitivo comportamentale i pazienti affetti da fibromialgia saranno messi nelle condizioni di acquisire le competenze necessarie per fronteggiare in maniera ottimale la propria condizione sviluppando un’attitudine differente nei confronti del dolore, un’inclinazione inversa rispetto alla negatività che conduca ad un paradigma di accettazione non catastrofista”.

Imparare a fronteggiare la fibromialgia

I dati forniti dalle più recenti ricerchedi settore dimostrano inconfutabilmente come ci sia un ulteriore benefit nell’adottare una strategia di stampo cognitivo comportamentale rispetto ad una che preveda il ricorso a cure farmaceutiche che consiste in un ingente risparmio in termini di denaro e la conseguente possibilità di cura per gli americani che diversamente non avrebbero potuto accedervi.

In uno studio condotto nell’Ottobre del 2014 e riportato sulla rivista Arthritis Research & Therapy, i ricercatori spagnoli hanno diviso il campione in tre gruppi di studio: per il primo venne prevista la partecipazione a nove sedute CBT, al secondo vennero somministrate delle dosi combinate di pregabalina and duloxetina, mentre i pazienti del terzo gruppo continuarono a sottoporsi alle cure impartite dai medici del proprio centro che da prassi prevedono un mix di raccomandazioni di condotta e comportamento coniugate a farmaci specifici2.

Al termine della sessione sperimentale di studio il gruppo al quale venne assegnato un trattamento basato sulla CBT registrò dei risultati nettamente migliori in relazione alla qualità di vita in comparazione con i restanti due insiemi di pazienti. L’approccio comportamentale, inoltre, confermò un netto risparmio in termini di costi ed investimenti in cure. In base a quanto affermato dal Prof. Luciano esiste un ulteriore incentivo sul quale sarebbe bene non sorvolare che lascia emergere la CBT come tecnica ottimale di trattamento e risiede nel fatto che:

a differenza di tutta l’altra gamma di strategie mediche e cliniche adottabili in abito neurologico e di stampo farmaceutico, essa aggiri ogni problematica possibile legata agli effetti collaterali quale rischio tipico di ogni medicinale chimico”.

Terapia cognitivo-comportamentale via internet per la fibromialgia

Tuttavia le promesse benefiche e rivoluzionarie di questa tipologia di approccio saranno destinate ad essere relegate all’ipotesi futuristica fintanto che gli specialisti formati ad hoc risulteranno piccole cellule di élite mediche ristrette e, anche laddove possibile, le tasse richieste ai pazienti per terapie private renderanno tale trattamento proibitivo ai più. Come asserito dal reumatologo in capo al Centro medico Ochsne con sede a New Orleans Robert Quinet e reso pubblico sulle colonne della rivista Neurology Advisor, in questi due fattori, in effetti, sono rintracciabili le cause delle reticenze all’investire fisicamente e accademicamente delle risorse nella CBT nonostante si sia palesata come l’approccio più indicato ed efficiente. sotto vari campi nel trattamento della fibromialgia.

Fortunatamente più di una strada sarebbe percorribile onde sopperire a tali ipotesi restrittive: a dimostrazione di ciò non è passato troppo tempo da quando Quinet ha deciso di co-redigere uno studio sperimentale che potesse appurare le possibilità d’applicazione e sviluppo della CBT proponendo un esperimento della durata complessiva di 12 settimane durante le quali fosse previsto libero accesso ai trattamento cognitivo comportamentali attraverso l’accesso ad un network on line e una connessione ad internet. Il MoodGYM, questo è il nome attribuito al programma di ricerca, verteva in particolare sulla cura dei pazienti affetti da fibromialgia 3  chiamati, al termine delle prime sei settimane e a conclusione di sessione, ad assegnare un punteggio rispetto all’efficacia percepita del trattamento CBT tramite internet.

Chi aderì al trattamento CBT via internet totalizzò punteggi sensibilmente inferiori nei risultati relativi al Questionario sull’impatto della fibromialgia sulla funzionalità del soggetto rispetto a quelli ottenuti da coloro che si sottoposero a cure standard. Inoltre i partecipanti alla seduta virtuale di CBT totalizzarono un punteggio inferiore rispetto ai restanti pazienti anche sotto l’aspetto di impatto in termini psicologici della terapia.

Come afferma Quinet “La terapia cognitivo comportamentale on line si presenta allo stato attuale come un’opzione quantomai valida fruibile dall’ormai totalità di pazienti alfabetizzati al digitale e capace di abbassare notevolmente la soglia d’accesso alle cure specialmente da un punto di vista di investimenti economici che dovrebbe invitare a riflettere circa la grande mancanza di professionisti specializzati in tale campo”.

Trattamenti individualizzati per la fibromialgia

In ultimo, ma non per importanza, perché l’efficacia della CBT possa manifestarsi a pieno, occorre ribadire un concetto fondamentale che dovrebbe caratterizzare questa particolare tecnica terapeutica che risiede essenzialmente nel trattamento di ogni paziente come un singolo, unico e specifico caso che merita di essere affrontato in maniera esclusiva. “Si potrebbe ragionevolmente opinare – constata il dott. Luciano – come alcuni aspetti della terapia possano essere universalmente validi in quanto tra i sintomi comuni a cui la maggioranza dei pazienti affetti da fibromialgia deve far fronte sono riscontrabili iperalgesia, difficoltà motorie e semi paralisi, ed affaticamento”, mentre la CBT e componenti addizionali della terapia come i percorsi di ristrutturazione cognitiva dovrebbero essere condotti previa presenza fisica del paziente che consenta test empirici sui sintomi psicologici palesantisi.

In un recente studio pionieristico condotto e finanziato da un portavoce del National Institute of Arthritis and Musculoskeletal and Skin Diseases (NIAMS, Istituto nazionale dei disturbi artritici, muscoloscheletrici e dermatologici), i ricercatori sono giunti ad una conclusione decisamente innovativa: attraverso una combinazione terapeutica di psicoterapia cognitivo-comportamentale ed un programma personalizzato di esercizi fisici sarebbe possibile ottenere dei miglioramenti considerevoli negli adolescenti affetti da fibromialgia5  che, al seguito dei test, hanno dichiarato di provare un senso di appagamento, di sentirsi concretamente più energici diminuendo perfino l’esigenza di lasciarsi periodicamente andare a sonnellini rigeneranti e di essere più attivi in generale.

Quanto riportato sulle pagine della rivista Neurology Advisor dall’autrice associata della ricerca Susmita Kashikar-Zuck, PhD specialista in pediatria e anestesiologia clinica presso l’istituto pediatrico di Cincinnati Children’s Hospital Medical Center e professoressa presso la University of Cincinnati College of Medicine porta ad un ineludibile riscontro che dovrebbe coinvolgere tutti gli ambienti di ricerca medica inerenti i disturbi neurologici: la gestione del dolore in pazienti affetti da problematiche quali la fibromialgia potrebbe richiedere una collaborazione ed uno scambio continuo tra professionisti provenienti da settori differenti quali medici, psichiatri e psicologi, fisioterapisti e personal trainer.

Termina infatti con queste parole il dottor Luciano:

Classificare i pazienti in sottogruppi in base alle caratteristiche specifiche connotanti la patologia ad essi associata e personalizzare la terapia tramite lo studio di cure ad hoc siano esse di matrice farmaceutica o meno appare oggi la chiave di volta per implementare la riuscita della terapia e sortire dei risultati nettamente migliori in tempi relativamente più ristretti rispetto a qualsiasi programma di cura a vocazione generica”.

Riferimenti, fonti ed approfondimenti:

  1. National Institutes of Health: National Institute of Arthritis and Musculoskeletal and Skin Diseases. Fibromyalgia, pubblicato il 30 Marzo 2015 in http://www.niams.nih.gov/Health_Info/Fibromyalgia/default.asp.
  2. Luciano JV, D’Amico F, Cerdà-Lafont M, et al. Cost-utility of cognitive behavioral therapy versus U.S. Food and Drug Administration recommended drugs and usual care in the treatment of patients with fibromyalgia: an economic evaluation alongside a 6-month randomized controlled trial. Arthritis Research & Therapy; 2014, 16:45
  3. Menga G, Ing S, Khan, Quinet R, et al. Fibromyalgia: Can Online Cognitive Behavioral Therapy Help? in The Ochsner Journal; 2014; 14(3): 343–349.
  4. Bernardy K, Klose P, Busch AJ, et al. Cognitive behavioural therapies for fibromyalgia.Cochrane Database of Systematic Reviews; 2013; 9:CD009796.
  5. Kashikar-Zuck S, Tran ST, Barnett K, et al. A Qualitative Examination of a New Combined Cognitive Behavioral and Neuromuscular Training Intervention for Juvenile Fibromyalgia in The Clinical Journal of Pain.

Antonio Fresco

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Fonte: Neurologyadvisor.com

Articolo pubblicato da Tori Rodriguez, il 3 Aprile 2015, tradotto da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

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