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Perché La Speranza Allunga La Vita

Perché la speranza allunga la vita

Fino a poco tempo fa si credeva che ottimisti o pessimisti si nasce ma Martin Seligman ha prodotto una serie di studi che contraddicono tale credenza. Sono le nostre figure genitoriali e di riferimento che ci insegnano, con l’esempio e tramite la comunicazione, ad essere ottimisti o pessimisti, a vedere tendenzialmente il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. La buona notizia è che se non si è “nati” ottimisti è comunque possibile imparare ad esserlo.

Dagli studi di Seligman emerge in modo chiaro come la più grande differenza tra ottimisti e pessimisti risieda nel fatto che le persone tendenzialmente pessimiste interpretino i problemi della vita come permanenti e impossibili da modificare; l’insuccesso nella risoluzione di tale problema viene poi spesso esteso da un ambito specifico a tutta la propria identità tramite tipiche conclusioni quali: ”non sono buono a far niente”, “sono un disastro”.

Tale interpretazione finisce per dar luogo ad un senso di impotenza e di disperazione, condizionando i comportamenti successivi in negativo e provocando modificazioni biochimiche a livello fisiologico che a loro volta incidono sia sulla percezione del dolore e della sofferenza psicologica, che sul sistema immunitario.

Al contrario le persone tendenzialmente ottimiste affrontano gli eventi negativi con speranza, definita dallo stesso Seligman  come “la capacità di trovare cause temporanee e specifiche alle avversità”, percepiscono di avere almeno un parziale controllo della situazione e affrontano il dolore e la sofferenza psicologica con maggior resilienza sia a livello psicologico che a livello fisico.

Se dal punto di vista psicologico il legame tra speranza e benessere appare abbastanza ovvio, dal punto di vista fisico è opportuno un piccolo approfondimento chiarificatorio.

La letteratura medica ha osservato molti casi dove la speranza del paziente modificava visibilmente il suo processo di malattia, basti citare il caso di Mr. Wright (documentato dal dott.Klopfer nel 1957), affetto da un cancro in fase terminale, che ancora motivato a tentare l’ultima soluzione convinse l’equipe medica a somministrargli un farmaco sperimentale, il Krebiozen, farmaco che gli era stato inizialmente negato dato il caso disperato e la scarsità di dosi a disposizione.

A dieci giorni dall’inizio del trattamento, con immenso stupore dei medici, il paziente presentò una completa remissione della sintomatologia salvo poi subire una violenta ricaduta a distanza di 2 mesi in seguito alla pubblicazione dei risultati che dimostravano l’inefficacia del farmaco su eminenti riviste scientifiche.

A quel punto i medici giocarono la carta dell’effetto placebo (che agisce sulle stesse basi cognitive della speranza) informando Mr. Wright di aver accesso ad una versione potenziata del farmaco ancora non sperimentata, si trattava semplicemente di acqua; il paziente accettò con entusiasmo.

Anche in questo caso si assistette alla completa remissione della sintomatologia ma quando il paziente mesi dopo lesse un articolo dell’American Medical Association che confermò su numerosi quotidiani la totale inefficacia del farmaco, in seguito all’ennesimo ricoverò, morì due giorni dopo.

Ovviamente non sto affermando che alimentare la speranza nei pazienti guarisce il cancro, questa sarebbe una dichiarazione ingiustificata e falsa, ma che esistono numerosi casi documentati come quello di Mr. Wright che indicano una connessione tra speranza e andamento della malattia.

Al contrario esistono solide basi scientifiche (fornite dall’Università del Michigan) per affermare che i placebo diminuiscono oggettivamente il dolore percepito a causa dell’incremento del rilascio di endorfine.

Se poi consideriamo la speranza come la conservazione di un parziale controllo su di un evento avverso, molto interessanti risultano le ricerche di Visintainer (“Tumor Rejection in Rats After Inesplicable or Espicable Shock, in Science, 216, 1982, pp. 437-9) su topi esposti a cellule tumorali: in questo caso i ricercatori osservarono che i topi che non avevano subito esperienze prolungate di mancanza di controllo (come scosse elettriche inattese e casuali) manifestavano solo la metà dei tumori prodotti dai topi che avevano subito tali esperienze. La motivazione risiedeva nel fatto che esperienze prolungate di mancanza di controllo comportano una sensazione di impotenza (e quindi di assenza di speranza) che a sua volta, tramite le connessioni nervose che collegano la mente al corpo, provocano un abbassamento delle difese immunitarie con una minor produzione di anticorpi.

Nella stessa direzione vanno le ricerche di Wiedenfeld (“Impact of Perceived Self-Efficacy in Coping With Stressor, on Immune System, in Journal of Personality and Social Psychology, 59, 1990, pp. 1082-1094) che rilevano come aumentare il senso di controllo in situazioni temute in precedenza migliori l’efficacia del sistema immunitario.

Questi dati scientifici evidenziano l’importanza delle nostre convinzioni come mediatori tra mente e corpo: è ormai assodato che agendo su di esse per imparare a vedere il bicchiere mezzo pieno aiuta a vivere il dolore con meno intensità e permette al nostro corpo di usare tutti i mezzi che ha a disposizione per combattere al meglio le malattie, unitamente all’azione farmacologica.

Antonio Fresco – Psicologo a Milano

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