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La Terapia Cognitivo Comportamentale CBT Per Le Vittime Di Violenza Sessuale Affette Da PTSD

La terapia cognitivo comportamentale CBT per le vittime di violenza sessuale affette da PTSD

Perché è importante uno studio sulla terapia cognitivo comportamentale CBT dedicato a coloro che trattano i superstiti a violenze sessuali affetti da stress derivante da disturbo post-traumatico PTSD?

La terapia cognitivo comportamentale (CBT)è un trattamento specificamente indirizzato allo stress derivante da un disturbo post-traumatico (PTSD) tipicamente riscontrabile nei sopravvissuti ad una violenza sessuale. Questo articolo descrive le basi teoretiche che reggono l’approccio curativo della terapia cognitivo comportamentale CBT e presenta alcuni dati derivanti da degli studi preliminari. Alcuni aspetti dello stress da disturbo post-traumatico o PTSD risultano essere quasi fisiologici nei superstiti a stupri e violenze sessuali. La terapia cognitivo comportamentale CBT è stata pensata per il trattamento di alcune manifestazioni specifiche dello stress da disturbo post-traumatico PTSD. Lo studio che segue si focalizza sull’efficacia della terapia cognitivo comportamentale di seguito CBT in nel suo utilizzo riservato ad un gruppo rappresentativo di individui sopravvissuti a violenze di natura sessuale e con dei comprovati disturbi cronici da stress post-traumatico PTSD.

Dove sono rintracciabili le origini della terapia cognitivo comportamentale dedicata ai sopravvissuti a violenze di natura sessuale?
La terapia cognitivo comportamentale CBT) combina la teoria secondo cui è possibile processare determinati dati ed informazioni con le conoscenze derivanti dall’esposizione prolungata a determinate cure che ha effettivamente sortito dei benefici nel trattamento dello stress associato al disturbo post-traumatico nei superstiti di violenze sessuali o altri traumi.

In particolare la CBT o terapia cognitivo comportamentale si radica su alcune informazioni specifiche scaturenti dalla teoria di processazione delle informazioni correlata allo stress da disturbo post-traumatico – PTSD secondo la quale i dati relativi ad un evento traumatico vengono metabolizzati e permangono in memoria all’interno di quelli che vengono chiamate “reti della paura” site a livello neurale. Queste reti sono composte da memorie di stimoli traumatici e relative reazioni basate sui significati associati. L’intero sistema è stato ideato per fare in modo che il superstite non manifesti quel comportamento e per prevenire le derivanti angosce permanenti. Sfortunatamente, da quanto scoperto dai ricercatori, risulta che queste “reti della paura” siano responsabili dirette di una serie di convinzioni o aspettative (schemi mentali) tipiche nei sopravvissuti a violenze sessuali capaci di causare una serie di distorsioni a livello di attenzione rispetto ad evidenti circostanze nelle quali si dovrebbero presentare stati emotivi di timore, ambiguità o di provocare l’incapacità di riconoscere il contrario. Tali mancanze di attenzione nei confronti del pericolo o della minaccia risultano utili ai fini della raccolta di informazioni standard rispetto alle risposte alla paura, quali tentativi di fuga e prevenzione dell’evento e sembrano essere in grado di giustificare le sensazioni di ri-manifestazione dell’evento a livello emotivo tipiche del fenomeno chiamato stress da disturbo post-traumatico o PTSD.

La maniera in cui i sopravvissuti a violenze di natura sessuale interpretano il trauma (il significato o la valutazione cognitiva dell’evento) influisce sulle reazioni conseguenti all’esperienza. Alcuni studi hanno dimostrato come i sopravvissuti a violenze sessuali che provano il conflitto interiore tra le proprie convinzioni aprioristiche e l’esperienza della violenza risultino maggiormente inclini alla manifestazione di reazioni più serie alla violenza sessuale ed a riscontrare maggiori difficoltà nell’uscire dal buio dell’evento. Tra gli esempi di schemi cognitivi riconducibili al conflitto tra evento e convinzione aprioristica possono essere espressi da frasi come: “Le donne gradevoli non verranno mai violentate” o da un pregiudizio secondo il quale la situazione nella quale si è verificata la violenza fosse un ambiente protetto o, ancora, la convinzione che la vittima fosse in qualche modo assolutamente impossibile da violare. Il risultato di tali schemi mentali e conflittuali sono sensazioni di profonda vergogna, colpevolezza, umiliazione, rabbia, ansia e, in particolare, stati confusionali che si manifestano e permangono nei sopravvissuti a violenze di natura sessuale affetti da stress da disturbo post-traumatico – PTSD.

Secondo la teoria di processazione delle informazioni, al tentativo di risolvere uno schema cognitivo conflittuale causato da un evento traumatico come la violenza sessuale, i sopravvissuti reagiscono:

    1. Assimilando le nuove, al limite terribili, informazioni all’interno del proprio sistema di credenze e convinzioni esistenziali finendo per alterare l’evento (e.g., “Forse non si è trattato di violenza sessuale ” o “Devo per forza aver compiuto un gesto abominevole che ha indotto tali circostanze dal momento che gli stupri non capitano alle brave persone “);
    2. Assecondando le proprie convinzioni preliminari all’esperienza traumatica. L’affermazione “talvolta anche alle persone buone capitano situazioni negative” esemplifica tale sistema di assecondamento dei propri pensieri. Spesso i sopravvissuti a violenze sessuali che si trovano in contesti nei quali vige una carenza di supporto sociale si rifugiano nei sistemi di acquiescenza delle proprie convinzioni e finiscono per riscontare notevoli difficoltà di adattamento o autopersuadersi di vivere situazioni estreme nelle quali “”nessuno merita fiducia” o “non si sarà mai al sicuro”.

In che maniera la terapia cognitivo comportamentale CBT risulta particolarmente indicata per soddisfare le necessità terapeutiche nei sopravvissuti a violenze di natura sessuale che manifestano stress da disturbo post-traumatico – PTSD?
La terapia cognitivo comportamentale o CBT si basa du tre componenti fondamentali:

    1. L’alfabetizzazione rispetto allo stress derivante dai disturbi post-traumatici PTSD ed ai relativi sintomi congiuntamente alle conoscenze inerenti la teoria della processazione delle informazioni. L’esposizione ad un’esperienza traumatica previa richiesta ai soggetti di stilare un report scritto sulla prospettiva assunta rispetto a quanto accaduto. Attraverso questo esercizio di rielaborazione, infatti, si sollecitano le memorie della paura evocate dalla violenza sessuale vissuta dai sopravvissuti e si vanno in tal modo a sollecitare i circuiti di elaborazione emotiva. In ultimo, l’attività richiesta instaura un meccanismo di inerzia o abitudine alla paura nei soggetti in maniera del tutto analoga a quanto previsto da altre tipologie di terapie volte al trattamento dello stress da disturbo post-traumatico – PTSD.
    2. Terapia cognitiva attraverso cui si instillano nei sopravvissuti delle intense sensazioni di rabbia, tradimento, disgusto, vergogna, colpa, umiliazione, ansia e confusione indentificando e modificando gli schemi cognitivo conflittuali (agendo sui “punti di ancoraggio”). Nonostante la terapia cognitivo comportamentale CBT ritenga che molti dei problemi riscontrabili nei sopravvissuti alle violenze sessuali scaturiscano dagli schemi cognitivi conflittuali, alcune volte la terapia rivela l’esistenza di disordini mentali o stati di pensiero disfunzionale preesistenti e latenti i quali vengono attivati e riemergono all’atto della violenza senza da essa derivare. In tali circostanze la terapia cognitivo comportamentale CBT approccia il problema insegnando ai soggetti la corretta maniera per poter riconoscere e reagire alle modalità di pensiero distorcenti e come affrontare le emozioni particolarmente stressanti. Questi metodi previsti dalla terapia cognitivo comportamentale CBT risultano simili al metodo Beckiano della terapia cognitiva attuata contro la depressione.

La terapia cognitivo comportamentale CBT indirizzata alle vittime di violenze sessuali prevede 12 gruppi settimanali di sessioni da un’ora e mezzo ciascuna. Nell’ultima sessione, la terapia cognitivo comportamentale CBT entra in fase esplorativa e si concentra nell’aiutare i pazienti a modificare i propri “punti di ancoraggio” siti nelle cinque aree principali di funzionamento che vengono solitamente colpite dal processo di vittimizzazione: sicurezza, fiducia, potee e controllo, stima ed intimità. Qual è lo scopo di questo studio?

L’obiettivo è duplice:

    1. Esaminare l’effettiva efficacia della terapia cognitivo comportamentale CBT all’interno di un gruppo standard con accertati e cronici problemi di stresso post-traumatico in conseguenza ad una violenza sessuale PTSD.
    2. Esaminare l’efficacia della terapia cognitivo comportamentale CBT nelle sue capacità di ridurre i sintomi della depressione all’interno degli individui appartenenti al campione rappresentativo.

Note: tra i 19 partecipanti allo studio, 16 ricevettero il trattamento riservato ai sintomi tipici dello stress derivante dal disturbo post-traumatico e della depressione manifestati prima dell’analisi, ma tutti ricevettero lo stesso trattamento dedicato al PTSD una volta cominciato lo studio. Non è stato raggiunto l’obiettivo di effettuare dei realistici test randomici nel trattamento controllato di gruppo, dunque i ricercatori presentarono questo studio come “quasi sperimentale”. Ma quali sono state le scoperte ricavate dalle analisi?

La terapia cognitivo comportamentale di gruppo risultò effettivamente funzionale ai fini della riduzione dei sintomi derivante dallo stress da disturbo post-traumatico cronico PTSD.

  1. La terapia cognitivo comportamentale CBT portò a significativi miglioramenti sia nei soggetti affetti da depressione sia in coloro che risultarono soffrire di stress da disturbo post-traumatico:
    • A fine trattamento nessuno, all’interno dei soggetti partecipanti allo studio, manifestò più tutti i sintomi tipici dello stress da disturbo post-traumatico PTSD e tale traguardo fu stabile nei sei mesi successivi alla terapia.
    • A trattamento concluso il 42% (5 soggetti) continuarono a soffrire di appurata depressione contro il 99% a trattamento non ancora iniziato, ma nei sei mesi successivi solo un individuo risultò ancora affetto da depressione.
  2. Molti dei soggetti che presero parte allo studio dichiararono di aver riscontrato dei sostanziali miglioramenti nella qualità della vita nel periodo successivo al trattamento.

Fonte: Medical University of South Carolina

Articolo pubblicato da Priscilla Schulz, settembre 1999,  tradotto e adattato da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

Antonio Fresco – Psicologo Milano

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