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Inside Out: Perché La Tristezza è Fondamentale

Inside Out: perché la tristezza è fondamentale

Tristezza vista a partire da un’esperienza di depressione

Pensavo a alle parole del poeta proprio ieri, mentre guardavo il nuovo film della Disney Pixar, Inside Out, che credo sia in grado di sortire gli stessi benefici di un’intera sessione mensile di psicoterapia. Vederlo con i propri figli, poi, è anche meglio: una seduta economica di terapia familiare. Facciamo il punto sui protagonisti : Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza, piccole creature che vivono con noi accompagnandoci nelle nostre giornate, senza mai abbandonarci, ma colorando di mille sfumature dei nostri comportamenti in base a come vengono manovrati da colui che detiene il controllo dei comandi cerebrali.

Come donna che ha dovuto confrontarsi per un’intera vita con i sintomi della depressione, mi sono ritrovata a subire in modo particolare il fascino della storia sul rapporto che si instaura nel corso della narrazione tra Gioia e Tristezza. Ho riso fino alle lacrime quando Gioia traccia un piccolo cerchio alle spalle dei suoi colleghi al quartiere generale e dice a Tristezza che il suo ruolo è proprio quello di non superare quel confine. “Quante volte ho provato a imporre lo stesso ordine alla mia depressione?” “Perché non mi puoi semplicemente lasciare in pace?! Te lo dico per l’ultima volta: esci dalla mia vita!”. Per quasi tutto il film, tutto ciò che Gioia vorrebbe fare consiste nel liberarsi del fardello di malinconica tristezza che sconvolge tutti i suoi piani. Tuttavia, alcuni momenti salienti nell’odissea che si viene a creare tra le due parti durante il film hanno luogo al quartiere generale, nel momento in cui Gioia apprende quanto sia cruciale il ruolo di Tristezza nell’economia del benessere psicofisico di Riley, la bambina che abitano, e come Gioia e Tristezza siano più legate di quanto si possa supporre.

Credo che la maggior parte di noi associ la gioia ad un essierino nel cervello in stile maestrina, col gesso bianco in mano e sempre decisa a rilegare le nostre preoccupazioni nell’angolo più remoto, recondito e dimenticato del cervello. Nella nostra società è difficile sentirsi a proprio agio nel tacere stando seduti accanto ad un amico al quale è stato appena diagnosticato il cancro – nessuna pena, nessun consiglio né umorismo gratuito – semplicemente limitandoci ad osservare le sue lacrime copiose scorrere sul volto, proprio come fa Tristezza, quando l’amico immaginario di Riley, Bing Bong, fa riemergere i suoi traumi del passato.

In effetti non è raro, nella cultura occidentale, fare appello alla felicità (anche a costo di sforzarci parecchio) in talmente tante circostanze da far sì che sfoci spesso in tristezza. In Luomo alla ricerca di un senso (Man’s Search for Meaning), Viktor Frankl, superstite all’Olocausto, cita Edith Weisskopt-Joelson, un esimio professore di psicologia che dice: “La nostra filosofia di igiene mentale valuta come rilevante lidea che le persone debbano essere felici ritenendo la tristezza un sintomo di devianza. Un simile sistema di valutazione si pone come responsabile primo del fatto che il peso dell’inevitabile infelicità sia notevolmente accentuato dall’infelicità di essere infelici”.

La tristezza ci spaventa nonostante costituisca un meccanismo necessario alla sopravvivenza dell’essere umano. Nel suo saggio dal titolo Cinque ragioni per cui la tristezza è un bene per te (“Four Ways Sadness May Be Good For You,”) il professore di psicologia Joseph P. Forgas sostiene che “Stando ai risultati della ricerca da lui condotta, la tristezza può assolvere ad un importante ruolo nell’aiutare le persone a prestare più attenzione ai dettagli esterni, a ridurre la parzialità nei giudizi, accrescere la perseveranza e la generosità di spirito. Tutti questi dati scaturiti dallo studio dimostrano come la tristezza assolva a notevoli funzioni a livello di adattamento e, perciò, dovrebbe essere considerata come una risorsa importante del repertorio emotivo dell’essere umano”.

In uno dei casi studio portati seguiti dal professore i partecipanti stimarono come “quasi vere” 25 affermazioni vere e 25 false. In seguito fu loro rivelato quali fossero le affermazioni effettivamente vere. Due settimane dopo solo i partecipanti tristi si dimostrarono in grado di distinguere in maniera precisa le affermazioni vere da quelle false, mentre gli individui più felici sembravano inclini ad attribuire l’etichetta di “vero” a qualsiasi affermazione.

Detto ciò, siamo così negativamente prevenuti nell’attribuire un ruolo a questo “problema emotivo”-attitudine, quella alla “felicità obbligata”, fomentata da tutta la realtà circostante, dalle sitcom ai cartelloni pubblicitari fino alla letteratura autoterapeutica ed ai discorsi dei professionisti nell’ambito motivazionale- che non da non fare una piega quando persone come il famoso professore ormai defunto del Carnegie Mellon Randy Pausch, ci pongono dinanzi a interrogativi come: “Devi perdere una decisione: sei un lupo o un agnello?”.

Ho amato l’intero suo scritto intitolato Lultima lettura (“The Last Lecture”) ad eccezione di questa particolare domanda.

Perché il mondo ha bisogno della sua parte di agnelli: persone solenni, ipersensibili, realiste e riflessive. Inoltre esiste un lato da agnello in ognuno di noi capace di bilanciare il lupo soctantemente iperattivo che, al lungo andare, finirebbe con lo sfibrarci. Nessuno è un lupo o un agnello al 100%. Nessuno può essere solo Gioia o solo Tristezza. Siamo entrambi e molto di più.

Gibran scrive:

“Quando provi una gioia immensa, guarda nel profondo del tuo cuore e scoprirai che dalla stessa fonte da cui è scaturita la tristezza ora sgorga la gioia. Quando sei malinconico rivolgi di nuovo lo sguardo al tuo cuore e scoprirai che in realtà ora soffri per ciò che un giorno è stato il paradiso”.

L’eco di queste parole riemergerà quando proverò ancora a far sì che Gioia prenda il controllo alla centrale del mio cervello e riprenda Tristezza invitandola a non uscire dai limiti del piccolo cerchio da lei tracciato.

Il film fornisce un perfetto insegnamento riguardo la necessità di tutti i sentimenti –perfino del Disgusto, della Paura e della Rabbia- e prova che più la gamma emotiva si espande e diventiamo più ricettivi nei confronti delle dinamiche di ciascun sentimento all’interno della materia grigia del nostro cervello, più saremo in grado di destreggiarci ed affrontare gli alti e bassi della vita.

Fonte: thereseborchard.com

Articolo pubblicato da Therese Borchard il 13 Augosto 2015 il 28 febbraio 2015, tradotto da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

 

Antonio Fresco – Psicologo Milano

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