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Il Potere Della Musica Sull’apprendimento

Il potere della musica sull’apprendimento

Imparare la musica migliora l’ apprendimento i differenti ambiti

Per decenni professori, scienziati e ricercatori hanno constatato, attraverso l’osservazione prima e studi empirici poi, la netta correlazione che esiste tra le prestazioni accademiche o scolastiche di un allievo e la capacità sviluppata e coltivata di saper suonare uno strumento musicale. È stato appurato, infatti, come i giovani dotati di una certa destrezza nel dilettarsi in ambito musicale siano anche gli stessi che vanno a comporre quella specifica cerchia di coloro la cui eccellenza risulta indubbia rispetto a (solo per citare le caratteristiche più lampanti):

  1. vastità di vocabolario,
  2. semantica e sintassi del discorso,
  3. ricchezza del linguaggio,
  4. facoltà di lettura,
  5. ragionamento non verbale,
  6. capacità di concentrazione.

La questione allora sorge spontanea ed in parte rimane il frutto magnifico di una segreta alchimia psichica: quale tipo di relazione esiste tra l’esercizio con uno strumento musicale ed i vantaggi riscontrabili sul piano dell’ apprendimento letterario e linguistico?

Nina Kraus, direttore in capo dell’ Auditorio Laboratorio neuroscientifico (Auditory Neuroscience Laboratory) presso la  Northwestern University e ricercatrice associata impegnata attualmente nel progetto Harmony, dichiara di aver vissuto una esistenza immersa dalla musica che l’ha guidata nella sua carriera fino a renderla una delle maggiori e più stimate studiose in ambito psico-musicale. Attualmente l’attenzione della ricercatrice si sta focalizzando sui meccanismi messi in atto dal cervello durante il processo di esercizio musicale che, stando a quanto da lei sostenuto, avrebbero il potere di influire in maniera inconfutabile sulla naturale plasticità cerebrale altresì definita adattività agendo positivamente sulle performance degli studenti che sarebbero automativamente portati a distinguersi tra la massa per capacità di lettura, prestazioni accademiche anche a prescindere dalla povertà culturale o sociale dell’ecosistema con il quale si trovano a confrontarsi.

Il “privilegio dei musicisti”, come è stato definito in ambito di ricerca, si è da sempre palesato come un settore psicologico ostico da affrontare. In effetti, parte delle difficoltà di accostamento al problema, scaturiscono dal fatto che spesso le lezioni di musica vengono erogate in privato in sedute di apprendimento uno a uno accessibili esclusivamente agli appartenenti ad uno status socio-economico abbastanza elevato. Non è arduo conseguirne che, stando così i fatti, i ricercatori non hanno mai potuto trovare le condizioni necessarie a supporto delle tesi avanzate per poter affermare con un certo grado di certezza scientifica se nel fattore musicale risiedesse la causa dell’eccellenza scolastica o se le elevate prestazioni accademiche fossero piuttosto relazionate ad agenti estranei al pentagramma come per esempio il privilegio di aver trascorso un’infanzia agiata. A ben riflettere, infatti, la maggioranza degli studenti le cui capacità sono in grado di emergere provengono da famiglie composte da un nucleo genitoriale ben istruito propenso ad offrire ai propri figli l’accesso alle risorse economiche necessarie ai fini di un’educazione analoga a quella da loro ricevuta nel periodo infantile-adolescenziale. Emerge dunque che, con tutta probabilità, come il fattore differenziale dell’eccellenza non trovi necessariamente sede nella musica.

Nonostante questo, le certezze della Kraus in merito alle potenzialità “speciali” delle note musicali rimangono irremovibili e senza mai cessare di gravitare attorno ai circuiti delle sue analisi. Riflette in proposito la studiosa sostenendo che se è vero ed appurato che il cervello umano reagisce positivamente in risposta ad alcune attività alle quali l’individuo attribuisce una certa rilevanza, nel caso specifico delle discipline musicali le conseguenze positive sul fronte cerebrale risulterebbero essere uniche ed ancor più stupefacenti.

“Il filo rosso che unisce musica e linguaggio consiste nella matrice comune del processo uditivo. Entrambe, infatti, traggono origine e si affinano attraverso il meccanismo sonoro di percezione ed immagazzinamento dell’informazione, alimentando poi le facoltà riproduttive di determinati fonemi o note. Nonostante di primo acchito l’associazione della lettura all’attività uditiva possa apparire forzata, ad un’analisi più attenta che risale fino alle origini da cui prende avvio in età infantile la capacità di attribuire senso compiuto ad un impulso sonoro in entrata risiede la base per lo sviluppo delle facoltà che si relazionano con la scrittura e l’ortografia in quanto concretizzazione dell’istinto a creare delle mappe leggibili e permanenti di quanto udibile cristallizzando l’evanescenza delle vibrazioni aeree”.

Continua la Kraus:

“È stato riscontrato come nei bambini che presentano difficoltà nella processazione dei suoni sia spesso presente anche un analogo e collegato deficit d’ apprendimento o un problema di dislessia, disfunzioni nei confronti delle quali l’esercizio musicale si è dimostrato un ottimo aiuto in grado di portare dei miglioramenti effettivi constatabili anche nei casi di scarse abilità nella lettura”.

La Kraus si domanda se per caso, attraverso un intervento ponderato basato sul principio musicale possa apportare dei benefici conferendo il vantaggio o “privilegio dei musicisti” ai bambini costretti a vivere in contesti socioeconomici e, dunque, anche culturali svantaggiati. Attraverso alcune ricerche frutto di studi passati, la specialista è stata in grado di dimostrare come una vita condotta in povertà e condizioni poco agevoli abbia delle ripercussioni evincibili e profonde anche a livello di sviluppo cerebrale. I bambini provenienti da ecosistemi difficili con problematiche sulla prospettiva economica e culturale presentano, infatti, notevoli e consistenti handicap inerenti la codifica sonora a causa di uno scarso sviluppo neurale dai quali consegue la testata inefficienza e l’effetto che in gergo si chiama “rumore” nel momento critico della codifica conseguente alla percezione sonora. Tali deficit, dice la Kraus, non può che influire con conseguenze nefaste anche sul piano dell’apprendimento e delle facoltà di assorbire strumenti culturali attraverso l’istruzione. Ma cosa accadrebbe se fosse proprio la musica il rimedio rivoluzionario per far fronte a tali circostanze?

Per capire se la sua ipotesi fosse effettivamente e scientificamente supportabile, la Kraus, coadiuvata dal suo team di ricerca, ha reclutato un campione di studenti iscritti ad un istituto superiore con sede a Chicago disposti a sottoporsi a valutazioni sul fronte delle loro abilità di lettura, monitoraggi attitudinali relativi al QI (quoziente intellettivo) e accertamenti inerenti la velocità di attivazione delle cellule nervose deputate al corretto funzionamento del processo uditivo. I ricercatori hanno deciso di procedere dividendo gli studenti in due gruppi uguali, il primo assegnato alla supervisione del Corso d’allenameno nel dipartimento ufficiale giovanile (Junior Reserve Officers’ Training Course), mentre i restanti seguirono un programma d’esercizio alle discipline musicali focalizzato principalmente sulla lettura visiva-silenziosa, tecnica pratica nell’applicazione allo strumento e livello di performace musicale.  Trascorsi due anni e giunto il momento di rilevare le capacità cerebrali dei ragazzi nella decodifica del linguaggio, la Kraus si trovò di fronte ad una differenza sbalorditiva tra i due gruppi: coloro che furono sottoposti ad un programma di studio musicale dimostrarono di possedere una velocità di risposta e reazione agli stimoli “linguaggio-nel-rumore” (speech-in-noise) nettamente superiore rispetto alla rapidità sviluppata dei restanti ragazzi. Sembra, in effetti, che dai dati empirici il cervello dei primi, passando attraverso un percorso cerebrale adattivo, fosse stato messo nelle condizioni di migliorare in maniera consistente. Ed a fare la differenza fu proprio la musica.

Afferma la Kraus:

“Un nuovo capitolo d’importanza capitale è stato aggiunto di recente nella storia relativa al binomio musica ed educazione. A causa del cortocircuito che si instaura tra i circuiti neurali deputati alla decrittazione dei codici musicale e verbale e per via dell’architettura strutturale reticolare e distribuita dei circuiti cognitivi, sensomotori e di riflesso/appagamento attivati durante il processo di pratica con uno strumento musicale, sembrerebbe che le discipline coinvolte in ambito sonoro si prospettino essere uno dei principali fattori di indirizzo ed influenza di quella specifica carettaristica del cervello definita in ambito psicologico come plasticità esperienziale (experience-dependent plasticity) alla base del meccanismo di decrittazione del suono collegato allo studio accademico”.

E questi effetti benefici nascosti tra le note musicali, celano delle potenzialità straordinarie che potrebbero essere applicate, sempre secondo la studiosa, ben oltre la circoscritta area scolastica.

Benjamin Rich Zendel, neuroscienziato presso l’università di Montreal, è stato infatti uno dei pionieri in ambito musico-cognitivo a scoprire come nell’esercizio musicale possa risiedere l’antidoto all’invecchiamento del cervello consentendo ai soggetti più anziani di sviluppare e mantenere una facoltà più acuta di differenziazione e rilevazione del linguaggio significativo all’interno di contesti sonori connotati dal rumore, dimostrando come anche un’elementare educazione musicale possa plasmare i circuiti neurali in maniera tale da prevenire un deterioramento inesorabile doti comunicative con l’incedere del tempo.

Ed è quanto scaturito da anni di ricerca che spingono la Kraus a confermare in maniera decisa come sia fondamentale per ogni bambino o ragazzo di tutte le età e status sociali, ricevere un’adeguata educazione musicale che, a maggior ragione, dovrebbe essere inserita d’ufficio in tutti i piani di studio attaverso un’aggiornata riforma scolastica fin dagli istituti primari (privati, ma, soprattutto, pubblici) a prescindere dalle decurtazioni fiscali subite ultimamente dalle istituzioni.

Conclude la Kraus:

“I programmi d’educazione musicale proposti costituiscono delle concrete possibilità per i ragazzi di stimolare cambiamenti positivi in quei processi neurali che si rivelano essere imprescindibili per far fronte ai meccanismi comunicativi messi in atto socialmente e nella vita quotidiana. Educatori e legislatori dovrebbero porsi nei confronti delle scoperte recenti ed innovative in ambito cognitivo-musicale con un attitudine di apertura accogliendone in maniera entusiastica le potenzialità straordinarie specie ai fini della crescita di quelle fasce della popolazione (anagrafiche e sociali) delle queli si propongono farsi carico. Perché i programmi d’esercizio e pratica relativi alle discipline musicali radicati nelle comunità locali possono promuovere, come effettivamente fanno, dei cambiamenti davvero positivi”.

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Antonio Fresco  

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Fonte: Good.is

Articolo pubblicato da Kayt Sukel, il 28 febbraio 2015, tradotto da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

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