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Perché La Noia è Tutto Fuorché Noiosa

Perché la noia è tutto fuorché noiosa

Implicata in ogni circostanza della vita, dai traumi al cervello fino alla capacità di apprendimento, la noia sta conquistando l’interesse degli scienziati.

Nel 1990, all’età di 18 anni, James Danckert scoprì che suo fratello maggiore Paul venne coinvolto in un incidente andando a schiantarsi in auto contro un albero.

Il ricovero immediato in ospedale si rivelò particolarmente difficile. Paul esercitava la professione di batterista, ma nonostante la guarigione della frattura al polso, dopo il ricovero nemmeno il suono del suo strumento riusciva a donargli la felicità. Continuamente e con ostinata amarezza, ricorda Danckert, Paul si lamentava di essere semplicemente in uno stato di noia totale. “Non c’era alcuna traccia di apatia nel suo atteggiamento” afferma Danckert. “Si trattava di una profonda frustrazione unita ed enfatizzata dall’insoddisfazione nel non riuscire a trarre alcun beneficio da ciò che in passato l’aveva reso felice e che amava”.

Qualche anno dopo, quando Danckert stava intraprendendo la strada della neuropsicologia, si ritrovò a dover lavorare fianco a fianco con 20 giovani uomini che ebbero dei traumi al cervello. Ripensando al caso personale di suo fratello, chiese loro se anche a loro fosse capitato di dover affrontare il peso della noia più frequentemente e con più difficoltà rispetto a quanto non avvenisse prima che si presentasse la complicazione cerebrale “Ed ognuno di essi rispose affermativamente, confermando la propria lotta con la noia”.

Dalle testimonianze relative alle esperienze di questi 20 uomini emerse in Danckert la voglia di ricercare in maniera approfondita delle informazioni rispetto al tema della noia. Danckert è oggi neuroscienziato cognitivista all’università di Waterloo in Canada ed è uno dei pochi, ma crescenti per numero, ricercatori impegnati nell’analisi degli effetti esercitati nell’organismo umano dalla noia.

Non esiste una definizione universalmente accettata per descrivere il concetto di noia. Nonostante ciò, la noia ha acquistato il posto d’onore tra gli oggetti di ricerca degli scienziati che sono concordi nell’affermare che non si tratti semplicemente di un sinonimo di depressione o apatia.

Sembra che la migliore definizione di noia sia quelle riconducibile ad uno stato mentale specifico che induce il soggetto a provare un forte senso di disagio e mancanza di stimoli, sensazioni che lo inducono a vivere situazioni di sospensione dalla vita, come se si sentissero ostaggi dei propri comportamenti, delle cure mediche e delle conseguenze sociali che tale prospettiva sulla vita comporta.

Da alcuni studi condotti sulle compulsioni alimentari è emerso, ad esempio, come la noia sia uno dei sintomi più tipici dei disturbi legati al rapporto col cibo, di paripasso ad altre patologie come la depressione e l’ansia.

In un secondo studio riguardante la capacità di controllo alla giuda attraverso alcuni simulatori, i soggetti più inclini a subire le conseguenze della noia apparvero anche coincidere con quelli più propensi a guidare ad alte velocità, più restii a reagire in maniera pronta alle eventualità impreviste che la vita presenta a ciascun essere umano ed anche con i meno decisi. Tali diagnosi furono confermate da una ricerca statistica risalente al 2003 dalla quale emerse che gli studenti americani pronti ad affermare di confrontarsi con la noia risultassero più propensi del 50% rispetto ai propri coetanei meno familiari alla sensazione di noia a cominciare a fumare, bere alcolici o assumere droghe illegali.

La noia si presenta nel 25% dei casi riguardanti gli studenti ed in forma variabile, afferma Jennifer Vogel-Walcutt, psicologa evoluzionista al Cognitive Performance Group, struttura di consulenza rinomata con sede ad Orlando, in Florida. La percentuale coincide in maniera approssimativa con quella inerente all’intelligeza innata. La noia è “una questione degna di grande interesse”, sostiene l’esperta.

I ricercatori stanno investendo molto allo stato attuale, nel tentativo di trarre delle più profonde concretezze scientifiche rispetto alla noia da queste primigenie intuizioni: cosa sia, come si manifesti e quale sia la sua facoltà della noia nell’influenzare l’autocontrollo sono oggi le domande alla base di numerose ricerche. Ma “esiste una premessa importante e preliminare ad una ricerca di soluzione a tali domande” afferma Shane Bench, psicologa che studia la noia al laboratorio di Heather Lench all’università del Texas A&M University con sede nella College Station. Nello specifico, i ricercatori necessitano di strumenti più precisi di misurazione per poter analizzare la noia in maniera più attendibile attraverso delle tecniche di ricerca che prevedano una convalida empirica attraverso test di laboratorio condotti su soggetti campione.

Odiernamente il settore di ricerca sta crescendo. Nel maggio 2015, l’università di Varsavia ha accolto circa 50 partecipanti volontari in occasione della seconda conferenza annuale sulla noia che ha attirato l’attenzione di esperti a livello internazionale nel campo della psicologia e della sociologia. Allo stesso modo, nel mese di novembre, Danckert ha coinvolto una dozzina di ricercatori provenienti dal Canada e dagli Stati Uniti in workshop sul tema della noia.

I ricercatori operanti nei campi più svariati, dalla genetica alla psicologia, dalla filosofia alla storia stanno intraprendendo una strada d’analisi comune per sondare i meandri della noia e delle sue implicazioni, afferma John Eastwood, psicologo alla York University di Toronto, in Canada. “Una massa critica di persone che uniscono le proprie forze per una causa comune crea il momentum.”

La misura del disagio chiamato noia.     

Lo studio scientifico della noia risale al 1885, quando il polimatematico britannico Francis Galton pubblicò una brava nota su Nature intitolata La misura dell’irrequietezza (The Measure of Fidget) — a proposito dell’attitudine assunta dai membri di un congresso durante una seduta scientifica. Tuttavia, al seguito di tale estratto, i decenni passarono e l’interesse nei confronti del soggetto scemò inesorabilmente. “Esistono delle cose che ci circondano alle quali non pensiamo affatto, probabilmente perché ci sembrano superficiali” sostiene Eastwood.

La situazione cominciò a cambiare nel 1986, quando Norman Sundberg e Richard Farmer dell’ Università di Oregon in Eugene pubblicarono il loro La scala dell’inclinazione verso la noia (Boredom Proneness Scale – BPS), il primo tentativo di sistematizzare i parametri di misurazione della noia a vantaggio dei ricercatori. Il metodo passava attraverso la proposta ad alcuni partecipanti ai test di alcune domande che sostituissero la scontata questione del “Provi una sensazione di noia?”. A questa domanda esplicita vennero infatti sostituiti quesiti riguardanti quanto fossero d’accordo o in disaccordo con affermazioni quali: “Sembra che il tempo passi in maniera estremamente lenta” o “Sento di lavorare al di sotto delle mie capacità la maggior parte delle volte” o, ancora, “Trovo semplice svagarmi ed appagarmi”. (Le frasi proposte derivavano da alcuni sondaggi ed interviste condotti da Sundberg e Farmer volti ad indagare su come gli individui si sentissero durate i momenti di noia). Il punteggio risultante dai dati aggregati scaturiti dall’analisi complessiva dei partecipanti avrebbe fornito una scala di misurazione rispetto all’inclinazione dei soggetti rispetto alla noia.

La scala d’inclinazione verso la noia (BPS) aprì nuove prospettive per la ricerca e fece luce su quanto la noia fosse importante e, al pari dell’apatia, meritasse altrettanto interesse. La ricerca pionieristica è risultato un utile strumento viatico all’elaborazione di nuovi strumenti di misurazione della noia e si è posta come catalizzatore perché le analisi sulla noia acquistassero maggiore importanza ed affinché il concetto di noia potesse trovare una connessione con altri fattori, compresa la salute mentale e l’interesse accademico.

Inoltre, la ricerca ebbe come effetto un’eco catartica rispetto agli studi ed alle conoscenze sulla noia, afferma Eastwood. Una delle conquiste nell’ambito fu rendere standardizzata ed ufficiale la scala BPS come metro di valutazione della noia, il che significa poter avere accesso ad uno strumento di monitoraggio intrinsecamente soggettivo, mentre una seconda tappa raggiunta nell’analisi consiste nell’aver sistematizzato un metodo di valutazione della suscettibilità nei confronti della noia – tratto di noia – che non significa poter misurare l’intensità del sentimento in una situazione data che viene invece monitorato dal parametro che è noto come stato dia noia. Gli studi mostrano in maniera concreta come i due parametri di misura esistano e funzionino in maniera del tutto autonoma l’uno dall’altro nonostante i ricercatori si stiano affacciando solo ora ed in maniera timida alla loro applicazione svincolata.

Ciò può risultare particolarmente fuorviante, tuttavia, nell’ambito dell’apprendimento. I cambiamenti nelle tecniche d’insegnamento o nell’ambiente scolastico  sembrano non essere legati affatto ad una riduzione del tratto di noia negli studenti che paiono abituati ed inclini a metabolizzare i mutamenti in maniera lenta, ma sembrano, al contrario, essere legati ad un’effettiva riduzione dello stato di noia che, invece, concerne una situazione specifica e non un sentimento generalizzato. La Scala d’inclinazione verso la noia è stata spesso applicata in maniera erronea ai due paramenti di misurazione della noia portando ad ottenere dei dati distorti e distorcenti, sostiene Eastwood.

Allo stato attuale gli scienziati sono ancora in fase di ricerca per poter scoprire nuovi metodi di perfezionamento della Scala d’inclinazione verso la noia BPS. Nel 2013 Eastwood fornì il suo contributo allo sviluppo della Scala Multidimensionale dello stato di noia (Multidimensional State Boredom Scale – MSBS), che consiste in 29 parametri di stima relativi a sentimenti primari come “sono incastrato in una situazione che reputo irrilevante”. A differenza della Scala d’inclinazione verso la noia nella sua forma semplice che riguarda le abitudini e le personalità dei singoli partecipanti nel complesso, la Scala Multidimensionale dello Stato di Noia intende stimare quanto i soggetti si sentano attanagliati dalla noia in un dato momento. E questo, si augura Eastman, potrebbe riuscire a fornire un migliore e più preciso indice di misurazione e significato intrinseco del concetto di  noia a livello specifico di singolo soggetto.

Ma per stimare la noia, i ricercatori necessitano di acquisire maggiori sicurezze rispetto al fatto che i partecipanti agli studi siano effettivamente nello stato di noia. E questo implica un’altra immensa sfida.

Il video in cui la noia è protagonista.   

un metodo molto particolare per evocare una sensazione di noia nel soggetto messo in pratica per decenni dalla psicologia consiste nel mostrare una clip video ai partecipanti al test. Esistono dei video scientificamente studiati ed empiricamente testati per indurre felicità, tristezza, rabbia, empatia e molte altre emozioni. Dunque, quando si ritrovò nella condizione di dover lavorare al suo discorso a Waterloo nel 2014, Colleen Merrifield decise di girare un video che avrebbe fatto morire tutti dalla noia.

Nel video di Merrifield si vedono due uomini che stanno in piedi davanti a un limbo bianco, in una stanza cieca. Nel silenzio più totale, i due iniziano a sfilare degli indumenti da una pila d’abiti collocata tra di loro e li appendono ad un attaccapanni bianco – prima una camiciola, poi una maglia, una felpa, una calza. I secondi scorrono: 15, 20, 45, 60. Gli uomini continuano a stendere la biancheria. Ottanta secondi. Improvvisamente uno dei due chiede all’altro un appendino. Cento secondi, continuano ad appendere la biancheria. Duecento secondi. Continuano a stendere. Trecento secondi. Continuano ad appendere abiti. Mostrato in loop, il video può arrivare a durare fino a cinque minuti e mezzo.

Probabilmente non sorprenderà il fatto che le persone alle quali Merrifield mostrò il video lo trovarono di una noia esagerata. Ma successivamente la ricercatrice decise di sottoporlo ad alcuni volontari per poter ricavare dei parametri di misurazione relativi all’impatto che la noia esercita a livello di capacità di concentrazione ed attenzione. Il protocollo di monitoraggio con il quale l’esperta si interfacciava di prassi coi pazienti prevedeva un classico esercizio di attenzione cognitiva, nella fattispecie veniva chiesto ai pazienti di guardare una fonte luminosa simile ad una stella che appariva e scompariva in maniera intermittente dal monitor per poi immergersi nel video e sentirsi a proprio agio, nella noia totale. Infine veniva chiesto loro di ripetere l’esercizio ulteriormente perché si potesse monitorare l’effetto che la noia aveva esercitato nella capacità di focalizzazione del soggetto campione. Nonostante l’esperimento apparisse strutturato, a conclusione la scienziata dovette realizzare la necessità di un’ulteriore studio e revisione rispetto alla prassi in quanto si rese conto che la noia non scaturiva dal contenuto del video quanto dall’iter previsto dall’esercizio in quanto tale.

D’altronde è vero che tale situazione fosse prevedibile. Alcuni studi condotti precedentemente in materia avevano, infatti, previsto alcuni esercizi come fonte di stimolo alla noia, prescindendo da qualsiasi supporto video. Tuttavia, è altrettanto giusto sottolineare che l’esperimento di Merrifield non sia stato del tutto vano, ma sia servito a dimostrazione delle problematiche relative alle strategie di misurazione della noia.

Esistono diverse metodologie a disposizione dei ricercatori per instillare la noia nei soggetti campione che decidono di sottoporsi ai test. Tra le tecniche si può chiedere loro di affrancare delle lettere o schiacciare delle noci o, ancora, accoppiare dei bulloni. Nonostante la varietà dei metodi, risulta, tuttavia, ancora difficoltoso procedere nella stima comparativa dei risultati individuali. Questo è quanto provano diversi studi dai quali è emerso come la noia risulti correlata al ritmo cardiaco, ma senza degli strumenti d’analisi standard sia difficile attribuire la correttezza ad un metodo piuttosto che ad un altro.

Nel 2014 i ricercatori dell’università Carnegie Mellon University a Pittsburgh, in Pennsylvania, pubblicarono un saggio con l’intento di intraprendere un percorso di ricerca volto alla standardizzazione delle metodologie di monitoraggio relative alla noia. Per poter ottenere dei risultati, gli scienziati procedettero all’analisi comparativa per poter stimare l’efficacia di sei differenti metodologie di misurazione della noia rappresentative di tre diverse classi di induzione alla noia: ripetizione di determinate sequenze di azioni, semplici esercizi cognitivi e visione o somministrazione di elementi audiovisivi insieme al controllo di una sequenza video. I ricercatori si avvalsero della Scala Multidimensionale dello stato di noia – MSBS per poter risalire ai livelli d’intensità relativi alla capacità di ciascun esercizio di stimolare lo stato di noia congiuntamente ad un paramento chiamato Differenziale della Scala Emotiva (Differential Emotion Scale) utile ai fini di una valutazione rispetto a quanto ogni singolo compito eseguito sia in grado di indurre solo lo stato di noia o una serie di emozioni differenti. Tutti e sei i compiti di cui veniva richiesta l’esecuzione risultavano decisamente più idonei nel suscitare la noia rispetto al semplice esercizio di controllo video e tutti risultarono particolarmente efficaci nell’indurre il solo stato di noia. Il più efficace parve l’esercizio che prevedeva il click del mouse da parte dei partecipanti perché potessero far ruotare un’icona del computer di un ticchettio di lancetta per un quarto di orologio ripetutamente.

Dopo l’esperimento, Danckert affermò di poter pensare di abbandonare definitivamente, ritenendola superata, la tecnica del video come strumento d’induzione di noia durante gli studi di laboratorio, sostituendolo con degli esercizi di natura comportamentale.

L’inesattezza dei compiti ai quali venivano sottoposti i soggetti campione durante gli studi di laboratorio ha causato degli scompensi e dei deficit in ciò che i ricercatori hanno da sempre fatto coincidere con il concetto di noia. Ad esempio, molti problemi della vita quotidiana comunemente correlati all’idea di noia risultano connessi alla capacità di autocontrollo che, a sua volta rimanda alle situazioni legate alla dipendenza, alla compulsione verso il gioco d’azzardo o il cibo ed alle manie. “Il concetto di noia viene identificato come un’incapacità di autoregolarsi” sostiene Danckert. “Appare difficile impegnarsi nello svolgimento di un compito all’interno di un determinato contesto. Maggiore è l’autocontrollo che si è in grado di esercitare su se stessi e le proprie azioni, tanto minore sarà la noia provata”.

Ciò potrebbe significare implicitamente che la noia e l’autocontrollo siano due termini volti ad esprimerne lo stesso concetto. perfino Danckert si ritiene incerto a riguardo e riflette sulle persone che hanno passato delle pene amorose o sentimentali delle quali si portano le ferite o che hanno subito dei traumi cerebrali. “Il loro problema consiste principalmente nell’incapacità di autocontrollarsi”, afferma. “Potrebbero essere impulsivi in maniera ingiustificata, si innalza la soglia d’inclinazione al rischio, fino a far apparire l’uso di droghe o l’abuso d’alcol come delle scappatoie del tutto normali nell’iter di sopportazione del loro stato esistenziale”. Questo è quanto Danckert ha potuto comprovare a partire dall’esperienza con suo fratello Paul che esperì tali stati d’animo e tendenze al risveglio dal trauma.

Ma tra le persone coinvolte come campione rappresentativo nell’esperimento di ricerca condotto da Danckert che riportavano traumi cerebrali – prevalentemente appartenenti alla fasica anagrafica dei 40 anni – è scaturito un’ulteriore dato: con l’avanzare degli anni il legame esistente tra autocontrollo e noia è parso indebolirsi gradualmente. Commentando i dati – non ancora resi pubblici – Danckert afferma che i suoi pazienti hanno riportato dei livelli di autocontrollo del tutto assimilabili alla media nazionale, apparendo lontani dai pronostici di deficit in tal senso, ma che tuttavia la loro inclinazione verso la noia è risultata decisamente maggiore. D’altro canto è vero che il fratello di Danckert abbia dimostrato la possibilità di un effetto del trauma diametralmente opposto lottando per anni nel tentativo di riacquisire la facoltà di autocontrollo fino a risentire, forse, meno degli effetti della noia, ma arrivando a perdere il suo amore per la musica. “È ciò che di più importante avesse nella sua vita, insieme ai suoi figli”, chiarisce Danckert.

Con tali riflessioni alla mano e dopo anni di studi è plausibile ritenere che noia ed autocontrollo possano esistere in maniera indipendente e svincolata nonostante non vi sia alcuna evidenza scientificamente provata di quale sia la natura del loro rapporto reciproco.

Il dolore della noia  

Al di là delle mille incertezze che minano la ricerca, ma allo stesso tempo incentivano gli approfondimenti, gli studiosi sembrano investire sempre più nelle fondazioni di ricerca in ambito della noia, nel sempre più convinto tentativo di arrivare a coniare degli standard di misurazione che consentano di rispondere ad importanti interrogativi in materia, cercando, per citare Bench “di rendere la noia un elemento scientificamente analizzabile e monitorabile”.

Innanzitutto si dovrebbe procedere formalizzando una definizione del concetto di noia e già questo step sarebbe il primo, propedeutico passo, verso una maggiore standardizzazione della noia stessa. Diversi ricercatori, infatti, adottano una prospettiva differente rispetto alla noia, perfino nella sua definizione: il team di ricerca tedesco, ad esempio, ha identificato ben cinque tipologie differenti di noia. Ma la maggior parte di coloro che lavorano quotidianamente per analizzare la noia e le sue conseguenze a livello psicologico concordano su una prospettiva di base che vede al centro della ricerca una comune difficoltà nel dover convivere e lottare con i suoi effetti. Questo non solo implica una versione attiva della noia rispetto a quanto non si ritenga generalmente nell’idea comune, ma presenta perfino delle connessioni tangibili con gli sforzi esistenti nel mondo reale per cercare di incanalare e gestire la noia stessa.

Lench e Bench stanno attualmente analizzando le motivazioni che soggiacciono dietro la difficoltà nell’uscire dal tunne della noia, un percorso talmente arduo da indurre le persone a ricorrere ad esperienze poco sane per poter alleviare le sofferenze o, semplicemente, trovare un minimo di soddisfazione in un mondo insoddisfacente. Tele idea si regge su alcuni dati scaturiti da una ricerca che ha rivelato come esista una correlazione tra i comportamenti che implicano un’attività volta alla ricerca di attenzione da parte del prossimo – fino a spingersi verso situazioni di rischio – e i punteggi più alti nella Scala d’inclinazione verso la noia. I risultati di questo studio sono, in realtà, riconducibili a quanto emerso da una seconda ricerca apparsa sulle pagine di Science nel 2014 e sulla rivista Appetite nel 2015. Per condurre il primo studio, i ricercatori chiesero ai soggetti campione di stare seduti in uno studio in totale stato di inerzia, permanendo in tale condizione per sessioni di un quarto d’ora ciascuna. Alcuni dei partecipanti, in particolare gli appartenenti alla categoria sociodemografica degli uomini, arrivarono perfino a desiderare di ricevere delle piccole scosse elettriche piuttosto che perseverare in tale stato di immobilità psicofisica da soli con i propri pensieri.

Nel secondo studio, invece, vennero messi a punto due esperimenti differenti: il primo vide i partecipanti avere la possibilità di accesso illimitato ad un buffet ricco di dolci ed un altro nel quale la possibilità di usufrutto illimitato riguardava dei piccoli elettro shock. Emerse che i partecipanti più in preda alla noia fossero meno regolati nel mangiare, ma anche meno inclini a tutelare se stessi, desiderando sottoporsi a più scosse elettriche.

Perfino quando non si tratta di una sensazione piacevole, la novità viene comunque preferita alla monotonia ed alla noia, anche se fa male, per quanto possa essere pericolosa, rimane comunque una novità.

La novità svolge un ruolo decisivo anche nel riuscire a superare la noia all’interno di un contesto di classe. Nel 2014, ad esempio, i ricercatori capitanati dallo psicologo Reinhard Peckrun dell’Università di Monaco, in Germania, riportarono come per condurre il loro studio fossero stati monitorati 424 studenti universitari durante il periodo di un anno accademico, misurando periodicamente i loro livelli di noia e documentando sistematicamente i relativi punteggi ai test. Gli effetti furono consistenti durante tutto l’arco temporale preso in esame, considerando anche genere, età, interesse dimostrato nei confronti della materia, motivazione intrinseca e storico dei risultati. Ma studi successivi sfatarono tale regolarità mostrando la possibilità d’interruzione del ciclo sistemico con il semplice inserimento di un elemento di novità all’interno del circuito scolastico d’apprendimento.

Sae Schatz, direttore dell’Iniziativa dell’apprendimento diffuso avanzato (Advanced Distributed Learning Initiative), una compagnia virtuale che sviluppa degli strumenti di apprendimento per il Dipartimento della Difesa Americano punta sull’efficacia di un esperimento attraverso un sistema computerizzato che offre supporto agli studenti di fisica. Quando venne programmato il sistema perchè insultasse gli studenti che sbagliavano i risultati lodando, per contro, coloro che fornivano le risposte corrette, dice Schatz, alcuni studenti, specialmente i più adulti, videro migliorare i propri risultati e si sentirono incentivati a trascorrere più tempo di fronte alla macchina ed ai test. Schatz sostiene che ciò si verifichi grazie all’elemento di novità inserito nei test dagli insulti che, in tal modo, fungono da catalizzatore di attenzione e coinvolgimento allontanando il senso di noia.

Guardando al futuro, i ricercatori come Eastwood si impegnano nel trovare delle metodologie sempre più raffinate per comprendere cosa sia la noia e in che maniera essa risulti correlata con altri stati mentali, investigando, inoltre, su studenti non appartenenti alle classi universitarie del Nord America, inserendo la variabile culturale. Questo implica che analizzando individui anagraficamente più maturi parallelamente a soggetti appartenenti ad etnie e culture differenti si possa ottenere un quadro più completo e raffinato. E, dato l’appurato impatto che la noia ha a livello di istruzione, significa anche sviluppare ulteriori versioni della Scala d’inclinazione verso la noia o della Scala Multidimensionale dello stato di noia (BPS e MSBS) che possono essere applicate ai bambini.

Molti ricercatori nutrono analoghe speranze nell’espandere le direttrici degli studi finora condotti in materia di noia. Per andare oltre i dati autoriportati, Danckert ha affermato la sua volontà di focalizzare più attenzione verso le strutture del cervello per poter comprendere se esistano delle differenze effettive tra i soggetti che riportano punteggi alti nella Scala d’inclinazione verso la noia – BPS e coloro che, al contrario, ottengono risultati più esigui. Tali dati potrebbero aiutare i ricercatori a capire il perché la noia si manifesti in maniera così preponderante in alcuni soggetti che hanno subito dei traumi cerebrali.

Esiste inoltre la necessità, continua Danckert, per molti scienziati, di arrivare a realizzare quanto sia affascinante la noia. “Potremmo essere nella strada giusta per arrivare ad avere abbastanza soggetti per poter accelerare sensibilmente l’avanzamento della ricerca” conclude.

Fonte: PsychCentral

Articolo pubblicato da Maggie Koerth-Baker, il 18 gennaio 2016, tradotto e adattato da Silvia Tramatzu e consultabile cliccando qui.

Antonio Fresco

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