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Plurilingue Dall’infanzia: Il Gene Del Comunicatore Perfetto

Plurilingue dall’infanzia: il gene del comunicatore perfetto

I bambini esposti a più lingue sviluppano migliori capacità di comunicazione

 

 Punto di vista dei partecipanti                                    Punto di vista del ricercatore

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L’immagine mostra il gioco di ruolo di cui si sono avvalsi i ricercatori per condurre lo studio relativo alle capacità cognitive dei bambini esposti a lingue diverse. Osservando la foto è possibile notare come i bambini familiari ad un solo idioma  sono stati capaci di muovere l’oggetto giusto in circa la metà dei casi. Ma è bastato un semplice contatto con un linguaggio differente per sortire degli effetti positivi nell’abilità dei piccoli assottigliando la distanza con la prospettiva adulta e… molto di più.

I bambini che entrano in contatto con un contesto familiare o domestico plurilingue, infatti, stando a quanto scaturito dalle recenti ricerche condotte dall’Università di Chicago, sono più inclini al diventare dei comunicatori migliori. La condizione imprescindibile perché una comunicazione si riveli realmente efficace risiede nell’abilità di calarsi nei panni dell’interlocutore assumendo il relativo puto di vista. I ricercatori sono giunti ad appurare come i bambini provenienti da un ecosistema familiare e sociale connotato da multilinguismo riescano ad interpretare in maniera più funzionale ed immediata quanto espresso dal proprio interlocutore rispetto a coloro che si trovano esposti ad una comunicazione esclusivamente nella lingua madre.

La scoperta inedita e più innovativa partorita dallo studio, tuttavia, si riscontra nel fatto che, perché i bambini diventino dei grandi comunicatori, la condizione necessaria non risiede affatto nel bilinguismo, bensì nel semplice e costante contatto con più di un idioma, chiave del successo per l’acquisizione delle specifiche abilità comunicative.

Alcune ricerche pionieristiche condotte in precedenza hanno esaminato gli effetti sullo sviluppo cognitivo derivanti dal bilinguismo per nascita, sono consultabili navigano sul dito della rivista Psychological Science che le ha rese pubblici l’8 Maggio, e rivestono il primo esempio di studio specifico di stampo scientifico volto a dimostrare i benefici dell’esposizione a lingue differenti.

“I soggetti in età infantile cresciuti in un contesto plurilingue sono in grado si sviluppare dei livelli più estensivi nella pratica sociale rivelando delle ottimi capacità di monitoraggio e comprensione del parlante che ad essi si interfaccia nonché d’osservazione dei modelli ed alleanze che i legami linguistici sono in grado di tessere”.

Questo è quanto afferma Katherine Kinzler, docente associato di psicologia ed esperta in linguaggio e sviluppo sociale. Continua la Professoressa:

“Le prime esperienze sociolinguistiche da noi messe a punto hanno confermato come sia possibile affinare le facoltà cognitive nell’infante relative alla capacità di assumere il punto di vista del proprio interlocutore conferendo loro gli strumenti necessari a comunicare in maniera efficace”.

La co-aurtice dello studio, Boaz Keysar, docente di psicologia e rinomata esperta a livello internazionale di comunicazione e scienze cognitive, asserisce che questo primo studio si inserisce all’interno di un progetto di ricerca di più ampio respiro volto a dimostrare i meccanismi alla base dell’apprendimento umano relativo all’acquisizione delle facoltà comunicative. Afferma la Keysar:

“Nei più piccoli l’apprendimento linguistico risulta semplificato. Essi sono infatti in grado di gestire con dimestichezza vocabolario e sintassi del linguaggio, ma necessitano di strumenti più raffinati che consentano loro di giungere ad essere dei perfetti comunicatori. Perché ciò avvenga, parte essenziale del processo consiste nell’imparare ad assumere la prospettiva degli altri ed è proprio su questo passaggio fondamentale che si focalizza il nostro studio”.

La Keysar, la Kinzler e gli altri collaboratori associati che hanno deciso di investire nella ricerca come le dottorande al dipartimento di psicologia Samantha Fan e Zoe Liberman, hanno reclutato un campione rappresentativo composto da 74 bambini di età compresa tra i 4 ed i 6 anni. Successivamente, l’iter d’analisi, ha visto coinvolto il gruppo in un test socio-comunicativo. I partecipanti furono selezionati in base ad un criterio linguistico che avrebbe previsto la loro appartenenza ad un contesto familiare o sociale nel quale si parlassero fluentemente dall’una ad un massimo tre lingue differenti. Una volta completata la procedura di scelta, gli stessi bambini furono ulteriormente suddivisi in tre gruppi da 24: i monolingua (che nella loro vita entrarono in contatto, parlando o ascoltando, solo con la lingua madre, ossia l’inglese), gli esposti (piccoli che, nonostante parlassero e fossero sottoposti comunemente a flussi comunicativi nella lingua madre, vantassero un’esposizione regolare ad idiomi diversi dal proprio) ed, infine, i bilingua (esposti per contesto naturale o familiare a due idiomi fin dalla nascita e, dunque, capaci di parlare e comprendere fluentemente entrambi i linguaggi).

Divisi, i bambini furono invitati a prendere posto occupando le sedie disposte solo su un lato del tavolo in maniera tale che ognuno di essi si trovasse di fronte ad un adulto e potesse cos’ iniziare quello che venne definito il “gioco comunicativo”. La fase ludica dello studio prevedeva, ovviamente, delle regole ben definite tra le quali quella di muovere degli oggetti all’interno di una griglia che, nella versione per adulti, presentava delle caselle bloccate costruite appositamente per ostacolare la visione completa di tutti gli elementi. Per assicurarsi che i bambini comprendessero appieno la difficoltà riscontrata dagli adulti nella visione onnicomprensiva, i ricercatori chiesero al primo piccolo di condurre il gioco dalla postazione dell’adulto dinanzi a lui.

Il test delle criticità prevedeva inoltre che l’adulto potesse invitare il bambino ad eseguire dei movimenti interni alla griglia spostando degli oggetti che si concretizzarono in richieste come: “Riesco a veder una macchinina piccola, potresti spostarla?”. Tale richiesta avrebbe dovuto causare delle interferenze nell’accoglimento cognitivo del bambino in quanto, dalla sua posizione, non sarebbe riuscito a vedere una singola macchinina piccola, bensì ne avrebbe visualizzato tre, una piccola, una di medio formato e una di taglia più grande rispetto alle due (una piccola ed una più grande, ma corrispondente alla media visualizzata dal bambino) captate dall’adulto che, in virtù della scarsa equivocità tra i due formati, non trova nessuna difficoltà nell’esaudire tale, ed ai suoi occhi elementare, richiesta. Il segreto per una corretta decrittazione ed interpretazione del messaggio mandato dall’adulto sarebbe risieduta nel ricorso alla memoria da parte del bambino che, appellandosi a quanto percepito quando fu chiamato ad assumere la prospettiva dell’adulto, sarebbe potuto risalire al suo punto di vista nonostante quello dell’osservazione contingente fosse mutato. Acquisendo lo sguardo dell’adulto attraverso il ricordo, i bimbi sarebbero stati in grado di comprendere le effettive difficoltà di visualizzazione del proprio partner più grande relative all’impossibilità di visualizzare la macchina intermedia e sarebbero stati indotti a muovere dunque l’unica che loro avrebbero potuto intendere come “piccola” avendone solo un’altra grande davanti agli occhi, ossia la media.

Conclusa la sessione di gioco, dall’elaborazione dei risultati gli studiosi poterono trarre una netta conclusione: il gruppo dei monolingua palesò maggiori difficoltà nella comprensione del messaggio di richiesta inviato dall’adulto provate dal fatto che riuscirono a muovere l’oggetto corretto solo nella metà dei casi. Tuttavia, dimostrarono i ricercatori, la semplice esposizione dei bambini ad una seconda lingua avrebbe avuto il potere di fungere da anabolizzante per le facoltà empatico-cognitive dei piccoli che, affinando le capacità di decodifica derivanti dall’abilità di slittamento prospettico, riuscirono a comprendere meglio le richieste poste dall’adulto spostando, infine, l’oggetto giusto.

Per quanto concerne il gruppo degli esposti, la percentuale di situazioni in cui i bambini riuscirono a spostare gli oggetti appropriati durante la prima sessione di gioco salì di circa 25 punti percentuali, raggiungendo il 76%, mentre nel caso dei bilingua crebbe ulteriormente fino a sfiorare il 77% delle volte.

“Il linguaggio è una questione sociale” sottolinea la Fan e prosegue:

“Dall’esposizione ad un contesto multilingue si traggono una tipologia di esperienza ed una modalità di socializzazione profondamente diverse che possono rivelarsi fondamentali nello sviluppo delle capacità cognitive del bambino perché possa giungere a diventare un comunicatore efficace”.

Sottoscrivendo quanto sostenuto dalla collega, Liberman aggiunge,

“La nostra scoperta presenta notevoli implicazioni sul versante politico in quanto va ad influenzare istituzioni come quella dell’Istruzione suggerendo una possibile svolta nell’incremento dell’insegnamento plurilingue nelle scuole fin dalle primarie”.

La Kinzler ha ammesso che la strada verso un’evoluzione istituzionale e politica non sarà certo priva di ostacoli, una consapevolezza confermata dalla diffidenza  esternata da alcuni genitori rispetto all’ipotesi di un’esposizione dei propri figli ad un contesto scolastico plurilingue. Questa reticenza trova una possibile giustificazione nell’ancora incompleta consapevolezza da parte degli adulti relativa ai benefici che i propri figli potrebbero trarre dall’apprendimento di un secondo idioma, un processo educativo che, mentre affina le loro competenze sul piano linguistico, potrebbe costituire la chiave di un futuro successo dei piccoli rendendoli dei grandi comunicatori.

Antonio Fresco

 

Fonte: http: medicalxpress.com

Articolo di Jann Ingmire, tradotto da Silvia Tramatzu e visionabile a questo link.

 

 

 

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