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Perché L’Abbigliamento Influenza Come Pensiamo?

Perché l’Abbigliamento Influenza Come Pensiamo?

La psicologia del potere conferito dall’abbigliamento

 

Un abito elegante – sembra strano, ma è proprio così – secondo un recente studio condotto nell’ambito delle scienze sociopsicologiche e della personalità avrebbe  il potere di influenzare la modalità del pensiero umano.

I ricercatori della Columbia University con sede a New York e quelli facenti capo alla California State University in Northridge sono giunti a trarre tale conclusione al seguito di cinque esperimenti condotti in maniera reciprocamente autonoma messi a punto per Scegliere l'Abitoriuscire a stimare la relazione che esiste tra  gli abiti che indossano quotidianamente gli studenti e le loro attitudini ed approcci cognitivi. Questi ultimi, che potremmo indicare come “stili cognitivi”, fanno riferimento ai percorsi intrapresi dal cervello durante la fase di codifica delle informazioni. In effetti il sistema cerebrale umano riceve ogni secondo infiniti stimoli i quali vengono processati secondo la duplice prospettiva della codifica astratta e di quella concreta. Stando a quanto riportato dagli studi di ricerca, la codifica astratta consiste nella prima fase di riordino del dato, ha i caratteri di un approccio olistico all’informazione e consente di creare delle rappresentazioni nella “lavagna mentale”, mentre la codifica concreta è responsabile delle rappresentazioni mentali più sottili e derivate.

 

Perché questo potere è relativo proprio all’abbigliamento formale?

Una ricerca condotta in precedenza portò gli studiosi a comprendere come esista una distanza sociale (ad esempio in quelle situazioni nelle quali non ci si sente a proprio agio perché costringono a relazioni con persone estranee) evincibile nella crescita direttamente proporzionale tra il gap sociale e le forme di gentilezza legate alla codifica astratta del pensiero dimostrando che nell’effettivo abbigliamento formale siano comunemente associati alla distanza sociale.

Al seguito di tale scoperta, i ricercatori iniziarono a nutrire una certa curiosità in merito al fatto che il legame esistente tra abito e attitudine mentale e comportamentale potesse manifestarsi anche tra studenti con ripercussioni negli atteggiamenti di questi ultimi. Se l’ipotesi si fosse rivelata non solo plausibile, ma confermabile, la pronta conclusione sarebbe che gli studenti che manifestano attitudini più gentili e formali non solo indossano abiti più curati, ma vanno ad accrescere le fila di quel campione umano più affine al pensiero astratto.

Spinti da tale interrogativo, gli studiosi intrapresero due primi esperimenti per i quali procedettero col convocare degli studenti non ancora diplomati al fine di misurare il grado di formalità esistente nelle relazioni con i loro pari in una scala da “quasi per niente formale” a “eccessivamente formale”.

Durante il primo studio i partecipanti furono inoltre chiamati a compilare un questionario che associava a 10 capi una risposta comportamentale e che richiedeva loro di analizzare differenti atteggiamenti sociali e le varie strategie attraverso le quali solitamente si identifica una data attitudine del soggetto in analisi

Scegliere Abbigliamento

L’esito dell’esperimento ha mostrato come, in generale, gli studenti campione fossero portati a scegliere una strategia identificativa che si richiamasse alle proprie esperienze relazionali ed ai loro rapporti tra Sé ed Altri.

Nel secondo studio, invece, ai partecipanti venne chiesto di completare un cluster di categorie inclusive nelle quali sarebbe stato compito loro selezionare quali esemplari umani appartenessero all’una o all’altra

Stando a quanto tratto dalle dichiarazioni dei ricercatori: “Gli studenti inclini al pensiero astratto sembra siano più portati a considerare gli esemplari deboli come più confacenti ad essere categorizzati, esattamente secondo l’atteggiamento mentale che consente di indicare un cammello come valido esempio di veicolo”.

Mentre sarebbe stato possibile assimilare la terza e quarta sessione di test somministrati ai partecipanti, in realtà venne loro avanzata una richiesta ulteriore che consisteva nel portare (ed indossare nell’eventualità i loro nomi fossero inclusi nell’estrazione randomica) due diversi outfit.: il primo ideale per un colloquio di lavoro mentre il secondo ideale per andare a scuola.

I ricercatori decisero poi di variare leggermente le modalità di studio relative al quinto studio che, nonostante in realtà non si trattasse d’altro che d’un mix superiore degli approcci adottati negli studi precedenti, consentì loro di chiedere agli studenti – finalmente in maniera diretta – la relazione da loro avanzata tra distanza sociale e la sensazione di potere conferita da certi abiti al soggetto che li indossa.

A sessioni di test concluse e dati alla mano i ricercatori si trovarono dinanzi a risultati inconfutabili: gli studenti abituati a prediligere capi formali si mostravano palesemente più avvezzi al pensiero astratto in quanto non solo portati ad identificarsi maggiormente con le altre categorie umane, ma anche a provare con maggiore frequenza sensazioni di inclusività e potere. Ed in effetti, in ogni esperimento i ricercatori trovarono che esiste: “un reale legame tra il sentimento di potere e la codifica astratta del pensiero”.

L’abbigliamento influenza il pensiero

“Non importa la frequenza con la quale gli abiti formali vengono indossati: il solo fatto di portarli diviene chiaro indice che si andrà a sfoggiarli in un contesto lungi dall’essere intimo o di comfort e con date regole sottese differenti rispetto ad un ambiente privo di codici d’abbigliamento”.

Abbigliamento AdeguatoQuesto è quanto dichiarato alle pagine di The Atlantic da Michael Slepian, coautore della ricerca e docente di management alla Columbia Business School. Il professore è inoltre persuaso del fatto che “che il soggetto scelga di indossare abiti formali ogni giorno sul posto di lavoro o si limiti a relegarli esclusivamente a circostanze come i matrimoni, quanto emerso dallo studio mi porta ad asserire che l’influenza esercitata dai vestiti sia analoga in entrambe le situazioni poiché è l’abito a non mutare la sua forma”.

Slepian si mostra tanto convinto della precedente asserzione da spingersi a dichiarare che se questo effetto si potesse predire consapevolmente rafforzerebbe le situazioni in cui esiste una distanza sociale e la differenza ne risulterebbe accresciuta qualora “i vestiti formali fossero riservati eccezionalmente alle situazioni di maggior formalità”.

Quanto precede non è certo il primo studio a suggerire l’esistenza di un qualche filo rosso che lega la percezione del soggetto relativa al sé e agli Altri. Dopo test di ricerca, inoltre, è necessario che le donne in carriera prendano consapevolezza dell’importanza del proprio abbigliamento, tanto da comprendere che qualora desiderino essere ben accolte devono rassegnarsi a bandire dagli armadi capi audaci e rimpiazzarli con tailleurs e giacchini classici.

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