panico psicologo a milano

Attacchi di panico: terribili e facilmente curabili

Anche se l’attacco di panico è uno dei fenomeni vissuti con maggior terrore dalla persona che ne fa esperienza, esso è considerato dai professionisti della salute mentale un disagio piuttosto gestibile in pochi mesi di psicoterapia, in assenza di ulteriori complicanze fisiche o psicologiche.

In qualità di psicologo psicoterapeuta, mi è capitato molto spesso di ricevere nel mio studio persone che descrivono un momento di ansia molto intensa con il termine di attacco di panico ma purtroppo sembra che i media abbiano generato una certa confusione su di un fenomeno che invece è molto specifico e facilmente identificabile.

L’attacco di panico infatti corrisponde a un determinato periodo di tempo (difficilmente supera i 30 minuti) durante il quale la persona prova un’intensa paura (l’apice generalmente viene raggiunto in 10 minuti) o malessere apparentemente immotivati, spesso associati ad una sensazione di catastrofe imminente come svenire, perdere il controllo, avere un attacco cardiaco o morire.

In più, per poter parlare di attacco di panico, devono essere presenti almeno 4 dei seguenti sintomi:

  • Palpitazioni, tachicardia
  • Respiro affannoso
  • Vertigini o giramenti di testa
  • Sensazione di soffocamento o mancanza d’aria
  • Sentirsi svenire
  • Sudorazione
  • Formicolii alle mani o ai piedi
  • Senso di costrizione o dolore al torace
  • Tremori
  • Nausea o nodo allo stomaco
  • Debolezza delle gambe
  • Visione annebbiata
  • Tensione muscolare
  • Vampate di caldo o di freddo
  • Bocca secca
  • Impressione di non riuscire a pensare chiaramente o di non riuscire a parlare
  • Impressione che le cose intorno non siano reali
  • Paura di morire, di perdere il controllo, o di comportarsi in modo bizzarro

Molti dei sintomi sopra elencati si manifestano quando la persona sperimenta ansia che non è altro che uno straordinario meccanismo di iperattivazione automatica dell’organismo che il nostro cervello attiva in modo perfettamente naturale per difendersi da una situazione ritenuta pericolosa (per avere maggiori informazioni su cos’è l’ansia, come funziona e cosa è possibile fare per imparare a gestirla, è possibile leggere l’articolo a questo link).

Cosa distingue l’ansia dall’attacco di panico?

Solitamente, durante l’attacco di panico, la persona inizialmente sperimenta ansia e comincia a direzionare la propria attenzione su ciò che le succede:

  1. c’è chi si sofferma sull’aumento del battito cardiaco;
  2. c’è chi avverte il formicolio alle mani o ai piedi dovuto ad una maggior velocità del flusso sanguineo generata dall’aumento della frequenza cardiaca;
  3. c’è chi monitora l’aumento della frequenza respiratoria;
  4. c’è chi si sofferma sulla normale tensione muscolare dovuta allo stato ansioso, in particolare sui muscoli intercostali che riducono momentaneamente il volume della respirazione “a pieni polmoni”, peraltro non necessaria durante uno stato di iperventilazione.
  5. c’è chi si focalizza sul senso di sbandamento creato dall’iperventilazione e dal conseguente squilibrio di ossigeno e anidride carbonica;

Non sapendosi spiegare perché il corpo ha tali sintomi, la persona che sperimenta un attacco di panico comincia a pensare che tali cambiamenti siano i primi segnali di un pericolo imminente, per esempio: nel primo e nel secondo caso di un infarto, nel terzo e nel quarto caso di non riuscire più a respirare, nel quinto caso di svenire; in molti casi il pericolo avvertito è di morire.

Di conseguenza, il nostro cervello, credendo di trovarsi di fronte ad un grave pericolo per la sopravvivenza, iperattiva ulteriormente il nostro organismo incrementando l’intensità dei sintomi sopra elencati.

A questo punto la persona con attacco di panico, sentendosi confermate le sue peggiori paure, entra in un circolo vizioso di sensazioni pensieri ed emozioni, inconsapevole di essere essa stessa la causa della propria iperattivazione, e cerca una disperata via di fuga.

Le vie di fuga che vengono utilizzate da chi ha un attacco di panico sono solitamente comportamenti che, nel lungo periodo, finiscono per contribuire a peggiorare e mantenere il problema, per esempio:

  • cercare di controllare le reazioni interne causate dal panico, per esempio facendo respiri polmonari sempre più profondi o monitorando la tachicardia, con il rischio di riproporre il circolo vizioso;
  • evitare i luoghi o le situazioni dove si sono verificati attacchi di panico, con il rischio di sviluppare fobie come l’agorafobia;
  • chiedere aiuto ad amici e parenti per affrontare i luoghi o le situazioni dove si sono verificati attacchi di panico, con il rischio di promuovere una sempre maggior dipendenza dagli altri.

L’attacco di panico può essere un fenomeno sporadico legato ad una moltitudini di variabili fisiche, psicologiche e sociali oppure può portare ad un vero e proprio disturbo psicologico chiamato Disturbo da attacco di panico quando la persona vive attacchi di panico inaspettati e ricorrenti e almeno uno è seguito da uno sei seguenti sintomi per almeno un mese:

  • persistente preoccupazione di avere altri attacchi di panico
  • preoccupazione, non durante l’attacco di panico, rispetto alle temute conseguenze o implicazioni degli attacchi di panico (perdere il controllo, impazzire, avere un attacco cardiaco, ecc)
  • significativa modificazione dei comportamenti quotidiani a causa degli attacchi di panico.

Ovviamente è possibile parlare di Disturbo da attacco di panico solo in assenza di effetti da sostanze, di altra condizione medica e di altre patologie psichiatriche.

I dati a disposizione ci dicono che il Disturbo da attacco di panico è un fenomeno piuttosto diffuso:

  • ne è afflitto dall’1 al 4,6% della popolazione;
  • è più frequente nelle femmine che nei maschi non un rapporto di 2/1;
  • ha una frequenza del 40% in chi soffre di Depressione Maggiore, del 30% in chi soffre di Disturbo Bipolare e nel 35% in chi abusa di sostanze (Arch. Gen. Psychiatry 2006);
  • ha una frequenza del 10-40% nei pazienti con Sindrome da colon irritabile;
  • in assenza di cura, il disturbo da attacco di panico tende ad essere recidivo e a cronicizzarsi.

Proprio per quest’ultimo dato, è fortemente indicato, in caso di Disturbo da attacco di panico, un trattamento di tipo psicoterapeutico.

Attacchi di panico e psicoterapia

Esistono molti approcci psicoterapeutici che hanno sviluppato modalità di intervento per chi soffre di attacchi di panico o di Disturbo da attacco di panico ma l’orientamento psicoterapeutico che ha accumulato più evidenze scientifiche di efficacia a breve termine (grazie a ricerche internazionali soprattutto in Nord Europa e Nord America) è senza dubbio la psicoterapia cognitivo comportamentale.
In assenza di altre problematiche di natura medica o psichiatrica, lo psicologo psicoterapeuta cognitivo comportamentale può scegliere tra diversi protocolli per intervenire sul problema legato agli attacchi di panico, in modo efficace e con una tempistica che varia da 3 a 6 mesi a seconda del protocollo.

La psicoterapia cognitivo comportamentale prevede numerose tecniche e metodologie fra le quali:

  • condividere con il paziente il suo modello specifico di funzionamento rispetto al suo problema;
  • esperimenti cognitivi (come il compito delle coppie associate), percettivi (come il compito centrato sul corpo) e comportamentali (come incrementare i comportamenti protettivi per sperimentarne gli effetti in un contesto protetto) per promuovere una maggior consapevolezza;
  • metafore e allegorie
  • strategie di riattribuzione cognitiva-emotiva-comportamentale come gli esperimenti di induzione del sintomo in un contesto protetto: iperventilazione, esercizio fisico, dolore al petto, disturbi visivi, esperienze dissociative; esperimenti dell’agire “come se”;
  • tecniche di riattribuzione verbale o ristrutturazione cognitiva con l’utilizzo dei diari del panico;
  • tecnica del confronto dei sintomi;
  • tecnica dell’indagine;
  • tecniche di esposizione;
  • prevenzione delle ricadute;
  • tecniche di rilassamento (molte delle più recenti ricerche ne consigliano l’utilizzo solo in caso di attacchi di panico in presenza di altra condizione medica).

Tali tecniche cognitive comportamentali  hanno dimostrato grande efficacia sia sull’aspetto sintomatologico che sulla modificazione dei meccanismi che sottendono il problema ma un ultimo fattore che va tenuto presente nel corso del percorso psicoterapeutico sono le relazioni della persona nel contesto del suo percorso di crescita.

Gli studi infatti indicano che la maggior parte delle persone che soffrono a causa degli attacchi di panico in assenza di altre patologie hanno la loro prima esperienza di panico nel corso dell’adolescenza o nel percorso che li porta ad uscire dalla propria famiglia d’origine per conquistare l’indipendenza (15-35 anni).

Il diversi passaggi che segnano la progressiva autonomia psicologica dell’individuo prevedono momenti di insicurezza nella costruzione della propria autostima, variazioni nei ruoli all’interno del proprio sistema familiare, momenti di allontanamento e di riavvicinamento, costituzioni di nuovi legami familiari e di nuove famiglie, rischi ed emozioni ambivalenti; tali eventi possono, in alcuni casi, rappresentare un terreno fertile per gli attacchi di panico.

Pertanto lo psicologo psicoterapeuta, allo scopo di permettere alla persona che soffre di attacchi di panico non solo di gestire il panico ma anche di affrontare il disagio sottostante, la aiuta e la sostiene nell’affrontare la fase di vita specifica nella quale si sente incastrata.

 

Antonio Fresco – Psicologo a Milano