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Ansia: lo psicologo e la psicoterapia

Al contrario di quello che molti pensano l’ansia non è un emozione ma è la normale risposta del nostro organismo quando ci sentiamo in una situazione di pericolo.

L’ansia è un importante meccanismo evolutivo che ha aiutato per milioni di anni le specie animali e quella umana a salvaguardarsi dai pericoli immediati, quelli che, per intenderci, minavano la sopravvivenza. Possiamo infatti immaginarci l’ansia come un allarme che può essere più o meno intenso, che iperattiva l’organismo rendendolo più veloce e tonico e che spinge o ad affrontare il pericolo o a scappare.

Infatti quando ci sentiamo in pericolo il nostro cervello attiva automaticamente numerosi meccanismi ormonali e neuronali che iperattivano il nostro organismo: il respiro si fa più frequente e aumenta la quantità di ossigeno nel sangue, aumenta la disponibilità di zuccheri, il cuore batte più rapidamente e porta ossigeno e zuccheri ai muscoli che aumentano di tonicità tendendosi. Come il motore di una macchina che aumenta di giri, il corpo si riscalda (e quindi si ha la sensazione di freddo un po come quando si ha la febbre) e, per mantenere una temperatura adeguata, si suda più facilmente.

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Allora perché vediamo l’ansia come qualcosa di cui liberarsi con un farmaco, con lo psicologo o con rimedi naturali?

Perché confondiamo l’ansia con i processi cognitivi ed emotivi  che ci spingono a vedere come “pericolosa” una certa situazione che per la maggior parte delle persone risulta esente da pericoli.

Ogni essere umano è unico irripetibile poiché, a partire da una specifica dotazione genetica affronta differenti fasi evolutive, eventi di vita, dinamiche familiari, esperienze sociali e culturali, e traumi.

Tali variabili ci spingono a sviluppare valori, schemi e credenze che influenzano il modo di interpretare la realtà e ciò che per qualcuno può rappresentare un’abitudine, per qualcun altro può rappresentare un pericolo. Per fare qualche esempio:

  1. Prendere l’aereo può essere interpretato come molto pericoloso se ci si sofferma sulla paura di cadere e di non poter scendere in qualsiasi momento.
  2. Uscire con amici può essere interpretato come molto pericoloso se ci si sofferma sulla paura del presunto giudizio negativo degli altri e sull’umiliazione che potrebbe derivarne.
  3. Un lieve problema fisico può essere interpretato come molto pericoloso se ci si sofferma sulla paura che tale segnale possa rappresentare un sintomo di una malattia grave.
  4. Sostenere un compito in classe o una gara d’atletica può essere interpretato come molto pericoloso se ci si sofferma sulla paura di essere un fallimento e di perdere la stima propria e dei propri cari.
  5. Focalizzarsi sui cambiamenti fisiologici durante uno stato ansioso può essere interpretato come molto pericoloso se ci si sofferma sulla paura che tali cambiamenti (come l’aumento della frequenza cardiaca o respiratoria) siano il segnale di un attacco cardiaco, di una perdita di controllo o addirittura di morte.

In tutti questi casi il risultato è ansia più o meno intensa a seconda del grado di convinzione sull’interpretazione che facciamo e del livello dell’emozione percepita.

Sempre facendo riferimento agli esempi sopra citati, quando tali interpretazioni di pericolo limitano in modo significativo la propria qualità di vita e la persona inizia ad evitare le situazioni ritenute pericolose tramite comportamenti che a breve termine danno sollievo ma che a lungo termine mantengono e peggiorano la situazione allora si può cominciare a parlare di fobia specifica o claustrofobia (nel primo caso), ansia sociale o fobia sociale (nel secondo caso), ansia per la salute o ipocondria (nel terzo caso), ansia da prestazione (nel quarto caso) e attacco di panico (nel quinto caso).

Tali interpretazioni possono essere frutto di condizionamenti avvenuti nel corso di specifiche esperienze di vita o nascere da schemi di base che sono profonde convinzioni inconsapevoli radicate sin dai primi anni di vita e rinforzate o modificate nel corso di momenti evolutivi quali la pubertà, l’adolescenza, il passaggio alla fase di giovane adulto, ecc.

Molte teorie psicologiche indicano che è nella relazione con i familiari e con i gruppi di riferimento (amici, scuola, lavoro, ecc.) che nascono e si sviluppano gli schemi di base. Per questo motivo le relazioni della persona che soffre d’ansia rappresentano un’altra variabile fondamentale da tenere presente.

Infatti in tanti casi è possibile individuare le radici di interpretazioni  cognitivo-emotive che promuovono stati ansiosi in specifiche dinamiche relazionali del passato e del presente.

In sintesi si può affermare che l’ansia, da meccanismo evolutivo necessario alla sopravvivenza, diventa un problema a causa di:

  • Interpretazioni cognitivo-emotive
    (nate da condizionamenti o da credenze più o meno radicate) che ci fanno leggere come pericolose alcune situazioni ritenute non pericolose dai più. Tali interpretazioni sono caratterizzate tipicamente dall’emozione della paura in tutte le sue sfumature e tonalità (timore, imbarazzo, terrore, panico, ecc.) e da altre emozioni più complesse come l’umiliazione, la vergogna, il senso di colpa, ecc.
  • Comportamenti protettivi o di evitamento
    (fisici o mentali) che a breve termine alleviano l’ansia ma che a lungo termine contribuiscono a mantenere e peggiorare la sensazione di pericolo verso una specifica situazione.
  • Specifiche dinamiche all’interno di relazioni
    familiari o di gruppo, del passato e del presente.

Psicoterapia per l’ansia

Per trattare le problematiche legate all’ansia, lo psicologo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ha disposizione un ricco armamentario di protocolli, procedure e tecniche sviluppatesi in decenni di ricerca e intervento in tutto il mondo con lo scopo di ottenere sia provata efficacia che risultati a breve termine.

Per fare qualche esempio, per intervenire sulla componente fisiologica delle problematiche legate all’ansia, lo psicologo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale può insegnare:

Per quanto riguarda invece le interpretazioni cognitivo-emotive, lo psicologo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale può utlizzare:

  • Ristrutturazione cognitiva
  • Diari cognitivi
  • Intervento sui processi meta cognitivi
  • Psicoeducazione
  • Protocolli che prevedono l’utilizzo della Mindfullness
  • Problem solving
  • Tecniche cognitive specifiche per il problema
  • Tecniche di regolazione emotiva
  • Tecniche di tolleranza della sofferenza mentale/angoscia
  • EMDR

Numerose sono poi le tecniche legate alla modificazione dei comportamenti protettivi o di evitamento, tra le quali:

  • Analisi funzionale
  • Esposizione graduata (o desensibilizzazione): in immaginazione, in vivo e enterocettiva; con o senza prevenzione o dilazione della risposta
  • Esperimenti comportamentali
  • Tecniche di modificazione del comportamento specifiche per il problema
  • Tecniche di comunicazione efficace

Ciascuna tecnica citata è stata inserita in un area di pertinenza per comodità espositiva ma va sottolineato che ognuna influenza indirettamente anche le altre aree.

Ovviamente lo psicologo psicoterapeuta seleziona le tecniche più adatte alla specifica situazione sulla base di un’oculata valutazione psicologica o assessment.

Molte ricerche indicano che il buon esito di una psicoterapia dipende per metà dalla tecnica utilizzata e metà dalla relazione che si instaura tra lo psicoterapeuta e la persona.

E’ proprio all’interno di questo secondo ambito che, per garantire un’efficacia a lungo termine dei risultati ottenuti in poco tempo sul piano sintomatologico, si lavora sulle relazioni della persona che ne fa richiesta, sostenendola nei passaggi tra fasi evolutive e aiutandola a modificare le dinamiche relazionali che hanno contribuito allo sviluppo del malessere e che contribuiscono al suo mantenimento.

 

Antonio Fresco – Psicologo a Milano

Foto tratta da www.medyahabercisi.com