Ansia nei bambini e contatto di sguardi

Gli adulti ricorrono al contatto di sguardi per raggiungere determinati obiettivi ed instaurare un rapporto empatico con il proprio interlocutore, determinandone le emozioni rispetto al proprio discorso. Ma cosa comporta l’ansia nei bambini?

 

Allo stesso modo, si ricorre al contatto di sguardi nel momento delle decisioni, per suscitare delle precise emozioni attraverso una reazione.

Tuttavia, l’ansia nei bambini impedisce il contatto di sguardi  a quella categoria di persone che soffrono di problematiche affini.

 

Se da un lato le reazioni e le risposte al contatto di sguardi tra persone adulte sono definite e facilmente interpretabili, come in un codice dalla sintassi stabilita, per quanto concerne il mondo dei bambini, molto è ancora ignoto.

Un recente studio condotto sulla correlazione esistente tra contatto di sguardi e l’ ansia nei bambini ha analizzato le modalità con le quali i bambini ricorrono ed interpretano il contatto di sguardi, congiuntamente alle conseguenze che derivano da tale comportamento.

I ricercatori di Riverside, nell’Università della California, hanno scoperto come l’ansia nei bambini tenda a far loro evitare di dover ricorrere al contatto di sguardi e ciò comporta delle conseguenze rispetto alle modalità con le quali i piccoli tendono ad esperire la paura.

L’ansia nei bambini porta questi ultimi a mantenere il contatto di sguardi: più i piccoli risultano spaventati dagli altri, anche qualora non vi fosse alcuna valida ragione, spiega Kalina Michalska, assistente professore di psicologia, più a lungo e con maggior frequenza mantengono il contatto di sguardi.

Nel suo studio, “I sintomi dell’Ansia ed il contatto di sguardi nei bambini durante la fase di apprendimento della paura” apparso nella rivista The Journal of Child Psychology and Psychiatry, spiega come:

 

Il contatto di sguardi con un’altra persona ci aiuta a comprendere i sentimenti che prova, se è triste, arrabbiata, timorosa o sorpresa. In quanto adulti, siamo in grado di comportarci di conseguenza e prendere delle decisioni su cosa fare dopo in base alle reazioni scaturite dal contatto di sguardi stesso. Tuttavia, ciò di cui siamo a conoscenza rispetto alle modalità di ricorso alla sintassi del contatto di sguardi tra bambini è, ad oggi, molto, molto poco. Per questa ragione, arrivare a comprendere la grammatica del contatto di sguardi tra bambini può aiutarci a compiere dei grandi passi avanti nello studio dello sviluppo relativo all’apprendimento sociale”.

I ricercatori hanno proceduto dalle seguenti domande:

  1. I bambini mantengono più a lungo il contatto di sguardi con un volto associato a qualcosa di spaventoso, ma che non esprime alcuna emozione nel momento dell’interscambio?
  2. L’ansia nei bambini può portarli ad evitare di guardare il prossimo nella regione del volto dove sono collocati gli occhi, esattamente come accade negli adulti?
  3. Evitare il contatto di sguardi potrebbe influire su quanto i bambini sono spaventati dal volto che si ritrovano davanti?

Per poter meglio esaminare i tre quesiti, Michalska ed il team di ricercatori ha reclutato un campione di 82 bambini, di un’età compresa tra i 9 e i 13 anni, ai quali è stata sottoposta l’immagine di due donne da guardare su uno schermo del computer.

Il computer è stato dotato di un sistema di tracciamento dello sguardo che ha consentito ai ricercatori di misurare in quali punti dello schermo i bambini si concentrassero e per quanto tempo. Ai partecipanti venne inizialmente mostrata l’immagine di ogni donna per un totale di quattro volte.

In seguito, ad una delle immagini vennero associate delle grida ed un’espressione spaventosa, mentre l’altra venne tenuta neutra. Alla fine, i bambini videro entrambe le immagini di nuovo senza alcun suono o strillo.

“La domanda principale verteva sull’ipotesi che i bambini potessero riuscire a reggere uno scambio di sguardi più a lungo nel caso in cui il volto venisse associato con un effetto sonoro di paura, piuttosto che riuscire a concentrarsi su un viso non associato ad un grido, durante la seconda fase” precisa Michalska.

La ricercatrice prosegue poi affermando come il contatto di sguardi dei partecipanti fosse stato esaminato nel momento in cui i volti non esprimevano alcun tipo di emozione, per poter riuscire a determinare se riuscissero effettivamente a mantenerlo più a lungo qualora il viso dell’interlocutore fosse stato associato a qualcosa di negativo o spaventoso e preservarlo anche quando la paura fosse passata (almeno nella loro espressione esterna).

Inoltre vennero esaminati anche i punteggi relativi all’ansia per comprendere in che maniera fossero correlati con la durata del contatto di sguardi manifestata dai bambini.

I ricercatori trassero tre conclusioni principali dalla loro ricerca:

  1. Tutti i bambini riuscirono a mantenere più a lungo il contatto di sguardi con un volto associato ad un forte grido piuttosto che con quello di un volto neutrale. Ciò suggerisce come i bambini prestino attenzione ai potenziali pericoli, anche in assenza di evidenze esterne..
  2. L’ansia nei bambini impedì loro di mantenere un contatto di sguardi durante tutte le tre fasi dell’esperimento, a prescindere dalla tipologia dei volti loro mostrati. Ciò implica che il contatto di sguardi ha delle dirette conseguenze (o è conseguenza) di quanto fossero spaventati dalle facce loro mostrate.
  3. Più i bambini cercavano di evitare il contatto di sguardi, più erano spaventati dalle facce mostrate loro.

Le conclusioni dello studio paiono suggerire come i bambini riescano a guardare più a lungo negli occhi di un volto preventivamente associato a qualcosa di spaventoso.

Gli studiosi sostengono che ciò significhi che i bambini prestano maggiore attenzione ad un’informazione potenzialmente spaventosa come modalità di maggiore apprendimento rispetto alla situazione, utile per poter pianificare cosa fare subito dopo e l’ansia nei bambini influenza il loro comportamento.

Tuttavia, l’ansia nei bambini impedisce loro di sostenere un contatto di sguardi, il che comporta un’esperienza della paura amplificata.

Anche se evitare il contatto di sguardi può, in un certo senso, ridurre l’ansia nel breve periodo, a parere dei ricercatori, nel lungo i bambini potrebbero perdere alcune informazioni fondamentali riguardanti le modalità di relazione sociale. Ciò, a sua volta, potrebbe portare il bambino a crescere come un adulto molto pauroso, anche se la persona con la quale si interfaccerà non apparirà più spaventosa o non sarà vista più come una minaccia. L’ansia nei bambini è la vera minaccia, dunque occorre agire tempestivamente e con l’aiuto di un terapeuta.

 

 

 

 

Antonio Fresco – Psicologo a Milano

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Fonte: University of California Riverside

Articolo pubblicato da Rick Nauert PhD su Psychcentral , tradotto e adattato da Silvia Tramatzu e consultabile qui.

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